Alessandro Debenedetti, attaccante classe 2003 di proprietà del Genoa, ha festeggiato la promozione in Serie B del Mantova dopo una cavalcata trionfale sotto la guida Possanzini e al fianco non solo del fratello di Mattia Bani, Cristiano, ma anche di un vecchio amico, il classe 2002 Simone Trimboli, col quale aveva percorso alcuni anni di settore giovanile alla Sampdoria. Oggi Debenedetti lo abbiamo intervistato per farci raccontare la sua prima stagione tra i professionisti, che sta volgendo al termine, per il momento con 24 presenze all’attivo.

Avete festeggiato una promozione che forse non era l’obiettivo iniziale di stagione del Mantova. È vero?

“Quando sono arrivato qui non ci si era posti l’obiettivo iniziale di vincere il campionato, abbiamo iniziato la stagione con la voglia di creare un bel gruppo e fare tornare l’entusiasmo a Mantova, che dall’anno prima venuto a mancare. Erano retrocessi e poi sono stati riammessi. Di promozione come obiettivo non se n’era mai parlato. Poi abbiamo iniziato, creduto nei principi e nel modo in cui voleva giocare il mister, affidandosi a lui e cercando di apprendere quanto più possibile, ed è venuto quel che è venuto”. 

L’estate scorsa ti aveva voluto fortemente il Mantova e sappiamo che avevi anche altre opzioni. Quanto ha inciso nella tua scelta il fatto di poter lavorare con un allenatore, Possanzini, che è stato un attaccante con molto esperienza in Serie A, Serie B e categorie professionistiche?

“È stato un po’ come quando ho dovuto scegliere di venire alla Primavera del Genoa dove c’era mister Gilardino. Ho avuto anche quest’anno la fortuna di andare in una squadra dove, come mister, c’era un ex attaccante. Per questo fin dall’inizio mi sono affidato ai suoi consigli, così come a quelli di Gaetano Monachello che ha tanta, tanta esperienza in Serie A e Serie B. Mi ha dato tanti consigli, dall’attaccare il primo palo al battezzare sempre uno spazio nell’area passando per il ripulire palloni. Sono questi i consigli che mi dava, oltre a riattaccare il pallone quando lo si perde. E poi mi ha fatto lavorare molto sull’aspetto mentale, che era uno dei miei punti carenti. Ha cercato di tartassarmi e martellarmi sull’aspetto mentale e direi che ci è riuscito perché mi sento molto migliorato, anche grazie ai suoi consigli”. 

Si è parlato tantissimo del gioco del Mantova di Possanzini: la palla non si butta mai via, a costo di stare dieci minuti con la palla tra i piedi nella propria area di rigore. A voi attaccanti nello specifico cosa chiedeva Possanzini in questa idea di calcio?

“La cosa principale che noi attaccanti dovevamo fare era pulire palloni in base al movimento che faceva il numero 10, come fosse un trequartista. Se uno va a destra, l’altro va a sinistra. È stato uno dei primi esercizi che ci ha fatto fare da quando abbiamo cominciato ad allenarci. Dovevamo proteggere palloni e ripulirli: in questo gioco eravamo quelli un pochino più “penalizzati” e lui stesso l’ha detto perché la squadra gioca e gioca, mette la palla in mezzo e tu sei quello che deve finalizzare l’azione. Sei quello meno in vista, che tocca meno palloni, ma devi proteggere la palla, ripulire i palloni, scaricarli e in finalizzazione devi farti trovare pronto. Devi essere tu il perno”. 

In un contesto del genere, soprattutto quando le squadre avversarie vengono a pressarti alto e si chiudono, devi essere molto cinico…

“Abbiamo incontrato tante squadre che non venivano tanto a pressarti, ma erano molto chiuse dietro giocando molto di più i braccetti e i due centrocampisti, mentre noi eravamo sempre chiusi e accerchiati. Quando arrivava la palla, pulita o su cross, dovevi farti trovare pronto. Se venivano a pressarci alto, magari venivamo uomo su uomo e tu eri uomo a uomo col difensore: provavi ad uscire oppure cercavi la punta che proteggeva la palla e con lo scarico magari ti mandava in porta”. 

Quest’anno, curiosa analogia, eri in squadra con Cristiano Bani, fratello del difensore rossoblù Bani. Parlate spesso di Genoa?

“Con Cristiano c’è un bel rapporto, ci guardiamo sempre le partite del Genoa, anche perché c’è suo fratello e io mi aggrego. Spesso le vediamo insieme. Se n’è parlato, mi ha parlato spesso di suo fratello”. 

In che rapporti siete rimasti coi ragazzi della vecchia Primavera? Tutti, chi più e chi meno, vi siete ritagliati il vostro spazio quest’anno…

“Mi sento principalmente con Accornero, a anche con gli altri qualche messaggio c’è stato. Con Federico ci siamo anche confrontati sulla scelta. Lui non si sbloccava da tanto e nell’ultima partita con l’Olbia si è sbloccato. Siamo in buoni rapporti, anche per gi auguri di compleanno. C’è un bel rapporto con tutti. E adesso tra l’altro dovrei andare a vedere la Primavera che gioca contro il Verona, il 26 o 27 aprile. C’è qui Bragantini, ex Verona in prestito, e vedremo di organizzarci per andare”.

Si sta per chiudere questa stagione. Cosa ti porterai dietro da questa stagione tra i professionisti? Cosa ti riporterai dietro al Genoa dopo quest’anno? 

“Tirando le somme, un anno comunque molto positivo perché al di là di non troppi minuti giocati, mi sento molto migliorato sotto l’aspetto mentale, che era uno dei miei limiti, e ovviamente sugli aspetti fisici e tecnici che vengono dopo. Era la mia prima esperienza lontano da casa, dai miei genitori e dalla mia famiglia, uno scenario totalmente differente. Ora ti ritrovi con tre ragazzi che prima non conoscevi e devi adattarti. È stato un anno splendido, anche se avrei voluto forse qualche minuto in più oppure qualche gol che non è ancora arrivato. E mi manca, mi manca quell’emozione di segnare. Se non arriverà quest’anno, arriverà il prossimo”. 


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