Domani riparte in una gara con in palio i tre punti il percorso della Nazionale italiana del commissario tecnico Roberto Mancini e del rossoblu Domenico Criscito. Che aria si respira dalle parti di Coverciano? Lo abbiamo domandato a Enrico Currò, firma de La Repubblica e osservatore privilegio degli sviluppi del mondo azzurro. Ecco cosa ci ha raccontato.

Che clima si respira a Coverciano alla vigilia dell’esordio in Nations League? Che Italia si sta preparando?

“Un’Italia completamente nuova. Per la prima volta possiamo parlare di nuovo ciclo in tutti i sensi. Sarà la prima volta in cui non ci sarà nessun superstite del Mondiale 2006 in una partita coi tre punti in palio. Si tratta di un passaggio importante: questa era un po’ la coperta di Linus a cui il calcio italiano si era affidato senza più crescere, da allora”.

Come interpreti le dichiarazioni di Mancini sul fatto che sempre meno italiani giocano nelle squadre del nostro campionato?

Sono state il tema della settimana. È il sasso scagliato dal commissario tecnico, che sostanzialmente si aspettava un maggiore appoggio dai club. Mancini non è un ct che sia andato alla rottura come aveva fatto Conte, più deciso nello scontro coi club. Lui è più un mediatore, non facendo allenamenti durissimi e cercando di unire le esigenze della Nazionale con quelle dei club. Ha voluto però lanciare un messaggio: non aspettatevi miracoli. La Nazionale è precipitata al 21esimo posto nel ranking FIFA, non ha partecipato all’ultimo Mondiale e il calo è dovuto ad una mancanza evidente di talento.

E quindi Mancini dice: se non ci sono giocatori italiani – o ce ne sono sempre meno nei club italiani – diventa ben difficile risalire in un momento in cui bisogna ripartire e costruire quasi da zero. Si tratta di un’osservazione che spiega la frustrazione di qualsiasi ct: Mancini fino a qualche mese fa era un allenatore di club, essendolo peraltro stato in un determinato periodo in una Inter dove c’erano tantissimi stranieri. Quando passi dall’altra parte della barricata, però, ti rendi conto di essere molto solo. Aggiungiamoci poi che la Federazione è ormai in una situazione abbastanza grave da anni. Prima è stata in mano alla politica, poi commissariata. E adesso non c’è chiarezza sul futuro presidente. Chiaramente il commissario tecnico, in queste condizioni, è molto solo“.

Sulla base di quanto appena detto, come sono da leggere le convocazioni di tanti giovani come Zaniolo o Pellegri nonché quelle di molti volti nuovi? Più una provocazione o l’esigenza di valorizzare fin da subito quello che il bagaglio tecnico italiano offre allo stato attuale?

Credo che queste convocazioni siano entrambe le cose. Da un lato c’è un chiaro intento di fare emergere il problema. Dall’altro c’è un fatto. Mentre Ventura faceva gli stage, Prandelli ne aveva fatto qualcuno e Conte proponeva allenamenti molto duri, Mancini ha scelto una strada a metà allargando le convocazioni a trentuno giocatori, divenuti trenta per l’infortunio di Pellegri. Ha voluto fare una sorta di stage nell’allenamento.

Non credo che Zaniolo esordirà, non credo che Pellegri avrebbe esordito malgrado Mancini ci abbia abituato a sorprese e sia scattato forse un piccolo processo di identificazione. Mancini infatti è stato un giocatore molto precoce, uno degli esordienti più giovani in Serie A di tutti i tempi. Probabilmente si proietta nelle figure di questi giovani che prima o poi farà esordire. C’è un po’ di tutto in queste convocazioni.

E c’è anche il fatto che Zaniolo e Pellegri sono due giocatori che avrebbe potuto difficilmente vedere da vicino, se non li avesse convocati. Pellegri non l’ha visto, ma speriamo che possa rivederlo; Zaniolo l’ha chiamato e pare lo stia molto apprezzando. Si tratta di un giocatore che però ha finora zero presenze in Serie A con la Roma.  Un aspetto collaterale poi, che può renderci abbastanza soddisfatti come liguri, è sicuramente il fatto che Zaniolo e Pellegri sono due genovesi”.

Dalle parti di Coverciano preoccupano un po’ le condizioni del terreno di gioco di Bologna?

“Le preoccupazioni non le lasciano trapelare, ma ci sono. E sono anche molto pesanti. Da quanto ho saputo, c’è stata anche una sorta di pentimento a posteriori per avere scelto questa sede. Bologna è una città bellissima, così come il suo stadio, ma le preoccupazioni per il campo ci sono. Anche perché l’Italia dovrà in qualche modo cercare di giocare bene per tantissimi motivi, in primo luogo per rincorrere una vittoria. Il campo senz’altro non aiuterà”.

Che avversarie potranno essere per la nostra Nazionale quelle di Polonia e Portogallo, due delle grandi deluse dell’ultimo Mondiale?

Si tratta delle due avversarie probabilmente più abbordabili. L’Italia è stata tanto sfortunata nei passati sorteggi delle grandi manifestazioni: in questo caso invece proprio non è stato così. Va ad affrontare due delle deluse del Mondiale con in più il fatto che il Portogallo, lunedì prossimo, non avrà Cristiano Ronaldo. E il Mondiale ci ha detto che il Portogallo era Cristiano Ronaldo più altri dieci giocatori che, più o meno, erano abbastanza mediocri. O perlomeno lo sono stati in Russia. Considerato che l’Italia avrebbe potuto finire in un girone come quello con Francia, Germania e Olanda, mi pare che le sia andata di lusso. La Polonia con la quale debutteremo è una squadra che ha giocatori forti che conosciamo molto bene. Arriva dalla delusione della Coppa del Mondo e propone Lewandowski, uno degli attaccanti più forti del mondo, Milik, Zielinski e quel Piatek che i Genoani stanno imparando a conoscere bene”.

DI SEGUITO L’AUDIO CON LE PAROLE DI ENRICO CURRÒ


Serie A, dagli squilibri del calciomercato agli ingaggi da record