Ruslan Malinovskyi ha salutato il Ferraris domenica scorsa nella sfida contro il Milan, ma oggi ha voluto ribadire il suo addio al Genoa e affidare le motivazioni di questa scelta ad una conferenza stampa tenutasi a Villa Rostan. Si riparte dalla fine della gara col Milan, dal momento del tributo che il Ferraris gli ha riservato.
“Pensavo prima della partita di non piangere a fine gara perché anche prima della partita già mi scrivevano per il post del Genoa fatto con me, ma sono stato toccato profondamente. Ho avuto sempre il massimo sostegno qui e ho onorato la maglia del Genoa, ho dato sempre tutto per questo club e questi tifosi. C’è un’atmosfera incredibile allo stadio. Per me è stato un grande onore ricevere quel saluto perché significa che ho fatto qualcosa per il Genoa in questi tre anni in cui ho lavorato e dato tutto per il club. È stato incredibile. Sono molto orgoglioso di aver ricevuto questo saluto. Ho vissuto tre anni meravigliosi, anche con un brutto infortunio. Potevo fare di più, ma ho sempre dato il massimo e posso dire ai tifosi solo grazie”.
Com’è arrivata questa tua decisione? Si era parlato anche della possibilità di rinnovare…
“Vi dico una cosa: a me è arrivata l’offerta, ci ho pensato qualche giorno, una settimana, e poi ho accettato. E basta. Non voglio fare discussioni su queste cose. Voglio bene al Genoa, voglio che la crescita prosegua perché lo meritano anche i tifosi. Quello che sta a casa, rimane a casa. Io voglio parlare solo di cose belle. Non voglio parlare del rinnovo. Ero in scadenza di contratto, è arrivato un club interessante e si è mostrato interessato a prendermi”.
Una fotografia di questi tre anni che porterai via con te? Cosa ti ha dato il Genoa?
“In primis mi hanno dato, club e città, un grande sostegno. Sono sempre stato libero di girare, di andare al supermercato, da Esselunga, con tutta la gente che mi salutava, come una persona normale. Sono stato qui come una persona normale, una cosa che mi piace. Secondo me in tutta la carriera, ma soprattutto qui, ho trovato un’ambiente e una squadra che mi hanno voluto bene. Ho trovato un grande gruppo, di bravi ragazzi, già con Gilardino, tra cui giocatori che sono qui da tempo come Sabelli, Ekuban, Mesias, Badelj, Strootman, Bani. Fatta questa base di gruppo, di grande responsabilità, ogni giorno nessuno è andato piano e ha lavorato al cento per cento. Non abbiamo avuto persone “così così” diciamo. Lo ricorderò sempre come un periodo meraviglioso”.
Lasci un Genoa che può crescere ancora dopo una salvezza comoda come quella di quest’anno?
“Mah, comoda non è stata. Come ha detto il mister, contro il Verona, quando perdevamo uno a zero, eravamo ultimi. Il calcio cambia con gli episodi. Il mister è certamente arrivato in un periodo difficile e ha fatto riunire il gruppo, facendogli avere un obiettivo forte e una nuova idea di gioco, col suo stile e il suo tatticismo. E abbiamo visto che, anche come giocatori, siamo cresciuti tanto. Lui ha tenuto tutta la squadra assieme, 25 giocatori, e anche qualcuno fuori, ma ha mantenuto il suo stile e non ha cambiato tanto”.
Il più bel gol segnato col Genoa? O il più importante?
“Quello di quest’anno contro il Bologna. Era una partita complicata per risultato e classifica. Per tutto. C’era ancora pressione ed eravamo così così. Ricordo l’emozione quando ho fatto gol e ho pensato “ora vinciamo questa partita”. Partite così non le dimentichi mai perché, da 0-2 a 3-2, in casa, con quell’atmosfera, con quel vulcano dentro lo stadio…splendido. La spinta dei tifosi qui non manca. Un episodio li fa esplodere”.
Quando ti sei infortunato, a settembre 2024 a Venezia, hai avuto l’idea di smettere oppure hai sempre pensato di tornare a giocare?
“Siamo tutti uguali. Ci sono periodi difficili, ma ricordo tutti i giorni di essere venuto qui col sorriso per fare qualche scherzo ai ragazzi, e per farlo devi essere positivo, devi lasciare il telefono al proprio posto e andare ad allenarsi. Certo, i primi due mesi con le stampelle e le viti sono stati complicati, ma devi anche un po’ spingere col dolore. Devi andarci sopra. Controllare come va col dolore. A smettere no, non ho pensato, ma quando sei infortunato è importante che tu guardi ogni due o tre settimane e, quando fai un passo in avanti, dentro ti dà felicità e senti che piano piano stai tornando. Ho avuto un po’ di fastidio all’inizio quando ho giocato, ma era un episodio di sfortuna, su un campo strano, su un’isola. Là dove ha calciato il portiere, era bagnato e si è creato un buco: fai cento volt questa cosa e non succede, una volta succede. È sfortuna. Sono contento di essere tornato a giocare e credo di aver fatto una buona stagione”.
Cosa ti mancherà di Genova e del Genoa? E che ricordo sceglieresti da portarti via?
“Mi mancheranno uno splendido mare, lo stadio, i tifosi. E anche il centro sportivo. Qui c’è tutto. Anche i campi di allenamento sono migliorati, cosa fondamentale. Il ricordo più bello qui è la nascita di mio figlio Christian. Abbiamo un Genoano in più”.
Arrivasti al Genoa dopo un lungo periodo a Bergamo e una breve parentesi al Marsiglia. Qui è scoppiata la scintilla, sei diventato un giocatore del Genoa, sei stato riscattato e sei diventato il leader. Qual è stata la scintilla?
“Parliamo prima del fatto che, prima del Genoa, avevo avuto alcune altre squadre che si sono interessate, ma ho scelto il Genoa perché era molto serio e mi aveva spiegato il progetto, molto concreto sotto tutti i punti di vista. Certo, conoscevo i tifosi del Genoa. Amo il calcio come loro e non mi piace giocare in uno stadio vuoto. Mi piace giocare quando è pieno. Anche se 50/60mila sono contro di te, mi dà energia. Prima, quando sei giovane, ti innervosisci, ma poi ti diverti.
È arrivato il Genoa e il primo anno abbiamo fatto un buon campionato, con un po’ di sfortuna perché penso che avremmo potuto finire anche vicino alla Conference. Prendemmo tanti gol al novantesimo: con Gilardino era un periodo un po’ sfortunato. Dovevamo andare in chiesa con la squadra perché facevamo tutto giusto, poi all’ultimo minuto qualcosa non andava. Il secondo anno, poi, c’è stata sfortuna ancora: la vita è così. E poi c’è quest’anno. Ho giocato all’inizio poco, anche in preparazione. Poi è arrivato il mister, mi ha dato fiducia, ho imparato tante cose da lui e abbiamo fatto, per me, una seconda parte di stagione molto positiva come gioco, prestazioni e classifica”.
Sei stato uno dei leader di questo spogliatoio. Cosa dirai ai tuoi compagni?
“Ho già parlato con loro. Non ho detto loro solo una cosa. Qui c’è un bel gruppo per i giovani, un bel esempio. La cosa che ho detto loro è che non avete tempo perché la vita di un calciatore passa veloce. Divertitivi, lavorate perché poi vi mancheranno tante cose.. Nel calcio un giorno sei importante, il giorno dopo devi avere la giusta concorrenza. È giusto, ti fa crescere anche chi ti spinge da dietro. Cresci tu e cresce anche lui perché vedi che vuole giocare. Ho detto loro anche che ogni anno devono avere un obiettivo ogni anno. Anche i più giovani, se quest’anno hanno giocato 5/6 partite, l’anno dopo devono avere l’obiettivo di giocarne quindici. Il talento nei giovani significa niente se tu non giochi perché poi arrivano altri talenti e ti mettono fuori. Per quello ho detto loro di non perdere tempo”.
Anche se andrai via, dopo la gara hai parlato di tifoseria del Genoa da Champions League. Rifacendomi a queste parole, secondo te, che vivrai il Genoa da fuori, ma quest’anno lo hai visto da dentro, è giunto il momento di alzare l’asticella e fare vivere l’Europa ad una tifoseria che la meriterebbe ogni anno? Secondo te il Genoa può ambire alle coppe europee? Che idea ti sei fatto?
“È un insieme di cose. I tifosi già sono a quel livello. Lo stadio anche, seppur sia un po’ vecchio, ma è bello. La questione è che adesso c’è concorrenza. Se guardi la classifica, anche arrivare settimo od ottavo con un Udinese che è stata molto stabile quest’anno, deve passare dal tenere una base di giocatori. Se cambi ogni anno tanti giocatori, fare la squadra non è facile. Poi ci sono Como, Atalanta, un Sassuolo che da neopromossa ha fatto questa stagione. È difficile spiegare. Io spero che il Genoa possa farne tante di cose, ma vediamo. Io non guardo obiettivi sul lungo termine, ma obiettivi partita dopo partita. Puoi porti obiettivi, ma il campionato in Italia inizia dopo la trentesima giornata. Lì ci sono partite decisive. Vedremo, ma spero che l’anno prossima il Genoa faccia ancora meglio”.
Voglio sfruttare la tua esperienza internazionale per chiederti: hai giocatori in Belgio, Francia e Italia. Quali differenze ci sono tra questi due universi calcistici e quello italiano?
“Il Belgio, nel mio pensiero, è il miglior posto per fare crescere i giovani. Lo spiego: lì non c’è niente da fare. I belgi sono molto disciplinati, c’è solo il calcio. Piove sempre, i locali per mangiare chiudono alle nove o alle dieci, mangi e vai a casa. Fanno giocare tanti giovani, se sbagliano li aiutano. Quello è un campionato strano: la tattica non è tanta, ma dopo sessanta minuti diventa ping-pong, senza metà campo. Attacca uno, attacca l’altro. Lì abbiamo vinto il campionato perché abbiamo fatto più gol degli altri dopo il 60′ di gioco. Sempre nel secondo tempo.
In Francia sono arrivato in un grande club dove c’era tanta pressione, dove fanno tanto movimento in un campionato molto fisico. Per me, tatticamente non è come in Italia, dove c’è una base tattica e tutti e undici i giocatori devono capire cosa fare, sapere il loro ruolo sul campo, soprattutto in fase difensiva. In fase offensiva, soprattutto negli ultimi venticinque metri, puoi avere un po’ più fantasia, ma sull’aspetto difensivo in Italia sono molto disciplinati”.
Il calcio di Gasperini e il calcio di De Rossi sono per certi versi similari. C’è qualcosa di europeo in questo tipo di calcio? Ci racconti tatticamente la tua esperienza con De Rossi, che ha un po’ trasformato il tuo modo di giocare e ti ha fatto giocare quest’anno anche da play in alcune partite al fianco di Frendrup…
“Parliamo di un calcio diverso, le dico la verità. Forse lei guarda solo qualcosa, ma i concetti di calcio e di posizioni dei giocatori sono un po’ diverse. Quello che è simile è quando De Rossi fa il video (anche quando non parlavo bene italiano) e spiega, tu capisci subito. Questa, per me, è la forza di un allenatore forte: spiegare chiaramente in venti minuti in modo tale da farsi capire subito. Quando oggi De Rossi fa i video sembra che alleni da trent’anni come esperienza, è molto rilassato, chiaro e ti spiega benissimo i concetti su come vuole giocare in fase offensiva e difensiva. Gasperini è uguale. Questa per me è la base più importante, perché poi tutti e undici fanno quel che devono fare per ottenere un risultato. Come mister, però, sono diversi”.
Vai a giocare in Turchia, un paese la cui nazionale va al Mondiale a differenza dell’Italia. Secondo te il calcio turco è cresciuto così tanto e l’Italia sia così indietro?
“Ci sono tanti giocatori che giocano in Europa e questo fa la differenza. Anche l’Ucraina può fare quel passo, ora che Maldera è diventato tecnico della nazionale. Ci sono Yildiz, Güler al Real Madrid. Hanno giocatori forti. L’Italia è sempre stata una squadra forte. Io ho giocato in Bosnia, non è facile giocarci e la qualità del campo non è bella. Come a Marsiglia crei tante occasioni da gol, poi magari perdi il quarto di finale di Coppa di Francia col Nancy che rischiava di retrocedere in Serie C francese. Nel calcio di oggi, se vanno forte fisicamente, puoi andare in difficoltà con tutti. Se non vai in verticale e non vinci i duelli, diventa difficile”.
De Rossi ha avuto parole bellissime per te, un giocatore con caratteristiche che sarà difficile ritrovare. Cosa ti ha dato quest’anno?
“Il mister mi ha dato tantissimo, soprattutto mi ha fato più libertà in campo, quella che non avevo avuto. Lui è molto bravo a lavorare coi giocatori giovani percepiti trova sempre le parole giuste. Un po’ urla, un po’ sta tranquillo. Comunica anche se il ragazzo è timido e trova le giuste parole per migliorarlo. Va sulle cose individuali per migliorarle ed eliminare i difetti che ogni calciatore ha. Se può aprirsi un ciclo con De Rossi al Genoa? Penso di sì, che possa avere continuità in panchina, poi tutto dipende. Come allenatore farà una grande carriera, è un allenatore forte. Vediamo chi rimane, chi arriva, che giocatori. Penso che l’importante sarà avere le giuste caratteristiche per il calcio che lui vuole, non solo tecniche. Servono intensità, velocità, buona tecnica e intelligenza sul campo. Lui va sulle caratteristiche di ogni giocatore per sfruttarle al massimo, per fare una squadra forte”.
Genoa-Milan | Il saluto del Ferraris a Malinovskyi. “Tifosi da Champions. Vi voglio bene”










