Il tecnico del Genoa, Daniele De Rossi, è intervenuto in conferenza stampa a due giorni dalla sfida con l’Inter, prima di due partite consecutive casalinghe. Le ultime due partite al Ferraris prima di Natale e prima della fine del 2025. “Arriviamo meglio rispetto a come saremmo arrivati se avessimo perso punti nelle ultime partite. Affrontiamo una squadra molto, molto forte con la consapevolezza che, se questa fiducia che si avverte viene trasformata in presunzione, calma e tranquillità, l’Inter è la squadra migliore per farci passare questa serenità. Se l’Inter non trova una squadra quasi perfetta davanti, rischia di umiliarti. Sono riusciti a fare tanti gol al Como e saranno una squadra arrabbiata perché ha perso una partita che non meritava di perdere per un episodio non dubbio, ma brutto e chiaro. Saranno carichi per il loro obiettivo che è lo Scudetto. Dovremo essere perfetti”.
Cosa ha detto alla squadra per cercare l’impresa?
“Non sono stupidi, non c’è bisogno che dica loro che l’Inter è più forte di noi, che i giocatori dell’Inter sono forse più forti dei nostri e che il loro allenatore è sicuramente più bravo di me. Ci sono classifica e status che stanno lì a dircelo. Quello che va ricordato è quello che ho fatto con loro nelle precedenti partite, quando ho detto che penso che siamo più forti del Verona ma che con il Verona perdi se non fai una partita all’altezza. Il calcio è così: ci ha mostrato che tante squadre fortissime perdere contro altre meno forti. Ho giocato vent’anni in una squadra, perdendo contro squadre meno forti e vincendo contro squadre molto più forti. Ogni partita si può vincere e ha una lettura che può portarti ad avere una serata magica. C’è bisogno di consapevolezza e conoscenza dell’avversario, non basta dire che è forte. Lo può dire chiunque. Dobbiamo capire perché è forte, in che frangente è forte e contro che tipo di squadra è stata forte negli ultimi anni. Ogni squadra forte ha una sua lettura da fare e se la sbaglieremo, la responsabilità sarà la mia. I miei ragazzi dovranno essere perfetti se vorranno battere una squadra come l’Inter che da anni gioca a livelli altissimi”.
Pensava di riuscire ad entrare nella mente dei suoi giocatori così presto?
“Lo speravo di entrare loro dentro. Spesso facciamo confusione su quali sono i veri mezzi di un allenatore e spesso si dà una percentuale altissima all’aspetto tattico, che conta, che mi piace e per cui ci perdo le notti, ma conta se hai tanto tempo per lavorare su certe cose. Si parla di meno di quello che possono fare testa, cuore e semplicemente il dare amore in uno spogliatoio ferito dai risultati non buoni. La disponibilità del gruppo è stata incredibile, perché loro hanno deciso di dare tutto. E non lo fanno solo per me, ma hanno la consapevolezza di quanto è importante questo club e che tifoseria c’è dietro. Sono responsabili per la situazione. Ora che la situazione è migliore sono consapevoli di aver fatto quello che devono fare. Entrare nella loro testa è fondamentale, un giocatore non acceso non rende”.
Come sta Østigard?
“Non sarà convocato. Non ha un infortunio grave, ma non abbiamo il tempo tecnico di capire se potremmo rischiarlo e nemmeno se può fare qualche minuto. Vedremo dalla prossima partita”.
Di fronte troverà un allenatore che è stato suo compagno alla Roma e poi suo avversario all’Inter? Si aspettava di ritrovarselo su una panchina molto prestigiosa come quella dell’Inter?
“Eravamo molto giovani. In campo avevamo sempre qualcosa da dire, sia a livello tattico che motivazionale. Si poteva anche intuire. Ne ho un ricordo di un ragazzo molto giusto e intelligente. I suoi successi mi provocano felicità, ovviamente non domenica sera. Merita il successo che sta avendo, le critiche positive che sta ricevendo. Sono contento di riabbracciarlo. Anche fuori dal campo, in conferenza e nelle interviste e nelle analisi delle cose che vanno bene e in quelle che sono andate male. E’ un guadagno per tutti quanti avere una persona come Christian. Nel suo staff c’è una persona che è un fratello, come Kolarov. Non ho scritto a nessuno dei due questa settimana per non metterli in imbarazzo e non creare quel momento di imbarazzo, ma sono due persone che riabbraccio con tanto piacere”.
Dal suo arrivo il Genoa ha sfatato tanti tabù. Come autostima, quanto può aiutare raggiungere tutti questi piccoli traguardi?
“Nelle prossime cinque partite giochiamo col Pisa, ma abbiamo Inter, Atalanta, Roma e Milan. Speriamo di poter fare punti. Quei piccoli traguardi che ha nominato diventano grandi insieme ai punti e alle vittorie che abbiamo fatto, altrimenti sarebbero solo statistiche da mettere sul foglio che Luca (Russo, ndr) mi presenta ogni volta. I risultati fanno tanto e danno l’autostima di cui ha bisogno una squadra per battere una big. Andremo a fare la nostra partita. Quello che non mi piace proprio è parlare di serenità, calma. Con l’Inter noi giochiamo e proviamo a fare punti. Non mi piace sentir dire che se perdiamo è un dramma. Nessuna partita se la perdi è un dramma. Nessuno muore, se perdi. Ma entriamo con la testa che se perdiamo è un problema grande, che se perdiamo lo facciamo davanti ai nostri tifosi, roviniamo una striscia che si dà grande soddisfazione. Non dobbiamo perdere. Poi se accadrà siamo consapevoli che non è morto nessuno, che il campionato è lungo e che non tiriamo la croce addosso a nessuno, lavorando per fare tanti punti da qui alla fine. Però vestiamo la maglia di un club importante, davanti ai nostri tifosi che saranno belli carichi. Entriamo con la testa che non dobbiamo perdere e se lo facciamo è un problema. Non pensando ai punti fatti, ne avessimo fatti 50 poi… Ne abbiamo 14, ne abbiamo da camminare”.
Sta entrando in sintonia con la città. Quali sono le sue sensazioni, già viste in campo e in allenamento da parte della gente rossoblù?
“Mi hanno dato tanto rispetto, che ho percepito da subito. Ha dimenticato quanto fossi fastidioso in campo, ostico e ostile, perché io il calcio così lo interpreto. Non sto parlando di essere tifoso del Genoa, di dire lo sto facendo per il Genoa: queste cose non le ho mai amate. Oggi lo faccio per il Genoa, domani magari per un’altra squadra. Ma il mio modo di interpretare il calcio è questo. È contrapposizione, è essere anche un po’ spigolosi e scorbutici. Hanno dimenticato quanto fosse fastidioso avermi come avversario e hanno subito percepito come questo spirito potesse essere simile a loro e come sia piacevole averlo dalla propria parte. Questo mi hanno dato, ne sono felice. Non sono un freddo, vivo di queste cose. Anche l’altra sera all’apertura del Genoa Store: a parte che è un posto magnifico, abbiamo respirato un’altra boccata d’aria genoana e rossoblù. Perché, onestamente, ne vivo poche entrando qui alle sette di mattina e uscendo una volta che sono le sei, una volta le sette, una volta le quattro. Mi sono reso conto dopo un mese che non ho mai visto casa mia con la luce perché è sempre buio. E c’è pure il terrazzo…Ho respirato aria positiva: questa città la conoscete meglio di me e questo è dettato anche dai risultati positivi. Quando le cose vanno male, questo amore torna indietro in un’altra forma”.
Visto il forfait di Østigard, toccherà ancora ad Otoa che sia a Bergamo sia a Udine è stato tra i migliori. Sarà un test importante. Che passi avanti può ancora fare il ragazzo?
“Ne può fare tanti, è giovanissimo e mi sta piacendo molto. Ero già consapevole delle sue caratteristiche e qualità, perché prima di venire qui ho studiato tutti i giocatori, anche quelli infortunati. Lo interpreto e vedo come un giocatore molto moderno, alto, veloce, freddo e, soprattutto, da quando si è messo a lavorare col gruppo, anche molto attento. Lo stimolo, vorrei che parlasse di più, ma non so neanche se parla benissimo italiano. Cerco di tirargli fuori un po’ di comunicazione in più: in questo credo possa migliorare. In una squadra con così tanti stranieri, parlare la lingua italiana sarebbe una cosa importante. La sottovalutiamo: dovrebbero imparare qualche parola in più in italiano, ma ora non c’è il tempo di fare anche gli insegnanti di italiano. Voglio però che comunichino con qualche parola chiave. Non sarà mai un urlatore, uno “strillatore” del campo. È un nordico, è freddo, vive la partita con grande attenzione. È uno “pacioso”, pacato, educato, come lo sono spesso i giocatori che arrivano dai paesi scandinavi. Ha potenziale, vedendo anche l’età che ha. Ha avuto qualche infortunio di seguito, quindi se avessi potuto, la terza partita di seguito non gliel’avrei fatta giocare, ma ci si è messo l’infortunio di Østigard. Abbiamo Sabelli che si sta allenando benissimo, ma vogliamo mantenere qualche centimetro in più nei tre centrai di difesa. Giocheranno sempre loro tre“.
Quella vista con il Como – e in parte col Liverpool – è una Inter dove Calhanoglu si abbassava sempre in costruzione e si alternava con Zielinski, una delle tante chiavi che hanno tramortito il Como. Avete pensato a qualcosa di specifico per arginare quella dinamica di gioco? Può essere uno degli aspetti da arginare?
“È uno degli elementi da arginare, ci sono giocatori da arginare, ma purtroppo loro non hanno lati deboli o pedine deboli. A volte, se vuoi esser perfetto contro l’Inter e arginarli, giochi con la coperta un po’ corta. Sei molto aggressivo, loro sono bravi ad andare sugli attaccanti e con tre passaggi capovolgere il gioco facendoti male. Ti abbassi un pochino per non dare loro profondità, cominciano a palleggiare e con tutte queste rotazioni che ha detto Inn area ti ci portano molto più spesso di quanto dovremmo starci. È una partita difficile perché loro non sono una squadra semplicemente forte, ma sono una squadra che gioca anche bene e lo fa da quando c’era Inzaghi alla guida. Hanno tanti giocatori, tante rotazioni, Bastoni che talvolta finisce a fare l’attaccante, Dimarco che con un tocco ti cambia gioco dall’altra parte, centrocampisti che sono tutti ex trequartisti di grande palleggio. Per non parlare degli attaccanti e delle riserve degli attaccanti: ogni tanto parliamo degli undici titolari, ma Bonny e Pio Esposito sarebbero titolari in qualunque squadra di Serie A. Sono forti individualmente, ma anche dal punto di vista del gioco. Per arginare una coppia regista-mezzala serve un grande lavoro di squadra e bisogna vedere anche in base alla nostra strategia, se saremo un po’ più aggressivi o un po’ più bassi, se staremo più stretti, se giocheremo a tre, a quattro oppure a cinque. Non vi dico proprio tutto: speriamo funzioni quello che partoriremo”.
A Udine, quando ha fatto il cambio Malinovskyi-Messias, si è “gelato” il sangue nelle vene a molti che non lo hanno capito. Ce lo può spiegare? Ha giocato con un play più alto o ha giocato al posto di Malinovskyi? Sicuramente ha dato il segnale che ha lo spogliatoio in mano…
“Al di là di tenere in mano uno spogliatoio, non c’è da tenere in mano uno spogliatoio di professionisti seri. Io non faccio niente di particolare con loro: faccio entrare tre giocatori e loro rendono il mio cambio un cambio geniale. Alla fine ho messo un giocatore mancino, di qualità, a giocare da mezzala semplicemente perché volevo mantenere qualità in mezzo al campo. Malinovskyi si stava iniziando a stancare e Messias si era allenato benissimo in settimana. Allora, per me, mettere questi tre giocatori assieme era quasi naturale. Col Verona dovevamo mantenere il 2-1 e ho messo una punta più un trequartista e ci siamo un po’ abbassati, ripartendo meno spesso. Non volevo creare questa pressione alla nostra area. Giocatori di qualità ne abbiamo e per me vanno messi in campo. Basta che corrano e si impegnino. C’è stata partecipazione vincente da parte di tutti: Messias ha corso dietro a tutti, ha sparato la palla in tribuna, ci teneva e correva dietro a tutti. Uguale per Ekhator ed Ekuban: hanno partecipato professionalmente e con la testa, non solo per cercare la ruleta o il pallonetto o l’assist. L’allenatore fa anche caso al fatto che in quell’azione erano Messias e Solei assieme e Messias ha fatto uno scatto per andarsela a prendere la palla che ha lisciato, portando al gol. A volte è l’intenzione che i giocatori hanno, magari li faremo altre volte ed entreranno più appannati, così sembrerà tutto meno brillante da parte mia. Loro fanno la nostra fortuna, in tutto e per tutto. Gli allenatori dipendono dai loro giocatori e io sono fortunato perché ho giocatori che ci provano a fare bene, che almeno hanno l’attitudine di entrare bene. A volte accadrà che non ci riusciranno”.
C’è fiducia qui perché quando si è seduto sulla panchina con la Roma, la prima partita persa fu con l’Inter, ma fu la partita più bella del campionato che io ricordi. Senza l’autorete di Angelino, la partita sarebbe finita in pareggio. Disse che bisognava fermare l’Inter sull’ampiezza. Pensa di ripetere qualcosa di simile.
“Con la Roma spesso difendevamo a quattro e abbassavamo El Shaarawy come quinto perché loro occupano l’ampiezza con questi cinque giocatori in modo incredibile: se non ti abbassi con un giocatore, diventa difficile. Dybala lo faceva meno, per caratteristiche. Qui spesso e volentieri partiamo a cinque come loro, quindi saremo un po’ più schiantati addosso a loro. Dovremo piuttosto essere bravi a non concedere loro troppo palleggio interno. Se sei chiuso esternamente, spesso giocheranno dentro coi centrocampisti e con palle dirette sugli attaccanti: dovremo chiuderli centralmente. Anch’io sono fiducioso non per quello che farò nei confronti di come giocherà l’Inter, ma perché alleno una squadra forte e giocheremo in uno stadio che mi piace moltissimo, con un’atmosfera che penso sarà un po’ più festosa e carica rispetto all’inizio, dove c’era un pizzico di timore in più. Penso che sarà una grande sera, spero non come quella con la Roma, quando giocano molto bene, ma abbiamo perso 4-2. Il mio obiettivo, compito e incubo ricorrente è fare punti per il Genoa. Dobbiamo fare punti, in qualunque maniera vengano“.
Rassegna Stampa | Genoa, Frendrup recupera per l’Inter. Østigard ancora in dubbio








