Alla vigilia dei 130 anni di storia del Genoa, per analizzare non soltanto questo momento storico ma anche l’ultima giornata di Serie A, abbiamo contattato telefonicamente Sebino Nela, ex rossoblu con 70 presenze nel Genoa fra 1978 e 1981. Poi il passaggio alla Roma dove vincerà lo scudetto 1982/1983 e una carriera chiusa fra Napoli e Civitavecchia.

 


Mi ricordo nel 1982, quando prendesti il posto di Odorizzi, che si scrisse: “Hanno venduto Nela, il figlio della Nord”. Oggi ti chiedo un’analisi della terza giornata di Serie A. 

“Ormai per esperienza non do mai giudizi e non faccio mai pronostici finché non arrivano la 10à o 12° di campionato. Le solite note le conosciamo tutti, dal Napoli al Milan, dall’Inter alla Juventus oppure Lazio e Roma. Vediamo: le milanesi hanno cominciato bene, il Napoli altrettanto. Non dimentichiamo che l’anno scorso il Napoli ha pareggiato alla terza e alla quarta domenica con Empoli e Fiorentina, poi ha vinto il campionato con tre mesi di anticipo. Dobbiamo necessariamente aspettare e vedere quanto succede. Siamo in linea con quelle che potevano essere le caratteristiche delle squadre e le opinioni di tutti noi. La Lazio si è risollevata vincendo a Napoli: interessate perché avrebbe potuto chiudere alla terza giornata con zero punti, invece si è portata a tre. La Roma, di quelle che dovrebbero arrivare nelle prime sei, è rimasta sotto con un solo pareggio. Ma è presto per fare pronostici”.

Alla terza giornata trovare il Lecce quarto e la Roma che non ha vinto ancora una partita è strano però…

“Ma sai, questa è la storia di tutti i campionati. Intanto bisogna capire chi ha concluso in ritardo il proprio campionato, con calciatori arrivati negli ultimi giorni. E tengo molto in considerazione anche la parte atletica: ci sono squadre forse più pronte e altre meno, e questo fa – e sta facendo – la differenza di questo campionato. Ti dico, per esempio, vedendo il Milan mi sembra una squadra che giochi assieme da cinque anni. Sarà bravura dell’allenatore o della società nell’aver preso prima i calciatori avendo un vantaggio su altre squadre che hanno chiuso il mercato all’ultimo, ma è sempre stato il nostro campionato. Aspettiamo ancora qualche settimana per capirne di più”. 

Il VAR certifica che non ci sono arbitri all’altezza visto che interviene troppo?

“Sul VAR ho la mia idea da moltissimo tempo: gli arbitri internazionali o più famosi non desiderano essere chiamati dal VAR. Dopo l’episodio di Juventus-Bologna i dubbi e punti di domanda sono sempre di più. Non posso pensare che al VAR mi dicano “secondo me è tutto a posto, vai avanti con la partita”. No, non può essere una cosa del genere. Il VAR era – ed è – uno strumento che dovrebbe aiutare tutti gli arbitri italiani, ma mi apre che sia così: sono un po’ di anni che fanno più errori al VAR che gli arbitri sul campo. Faccio fatica a capire quale sia la strada migliore per evitare meno errori possibili, ma anche quest’anno abbiamo iniziato molto male. La mia idea è che arbitrare non è una cosa per niente facile, anzi abbastanza difficile. Ci sono situazioni dove gli arbitri faticano a vedere bene perché coperti: il VAR dovrebbe aiutarli. Invece mi sembra che sia uno strumento che aumenta ancora di più i dubbi. 

Alcuni anni fa, finito il corso da direttore sportivo a Coverciano, proposi di mettere dentro la valutazione un X numero di ex giocatori. Nessuno disse nulla, pochi anni fa Capello in tv disse che al VAR, perché potesse funzionare, ci vorrebbero ex calciatori. Non credo si arriverà a questo, loro pensano di poter sviluppare un buon lavoro. Noi abbiamo conoscenze diverse come ex calciatori, sappiamo cos’è una spinta, capire come si cade, chi ti entrata destra o da sinistra. Potremmo essere una risorsa per questo strumento, ma mi sembra che non ci sia assolutamente la volontà. Ok, prendiamo atto di tutto. L’unica cosa che chiedo, in diretta, è se mi fate sentire il colloquio tra VAR e arbitro, altrimenti rimarremo sempre diffidenti sulla parte arbitrale”. 

Un giudizio sul Genoa e su Gilardino dopo queste prime tre giornate?

“Non lo ho ancora su tutte le squadre un giudizio. I calciatori si affidano a quelle che sono le caratteristiche, soprattutto umane e non penso solo tecniche e tattiche, per i calciatori che vanno in campo. La differenza, per me, si fa anche lì. Se tu puoi essere più bravo di me, io dall’altra parte metto caratteristiche che non sono l’essere un fenomeno del calcio, un giocatore di livello straordinario: i punti si fanno in molte maniere. Il Genoa deve pensare a salvarsi, anche se non so se sia stato posto un obiettivo, e credo che gli obiettivi siano una cosa importantissima in una determinata stagione. Per salvarci possiamo pensare certo alla parte tecnica, certo alla parte tattica, ma anche all’aspetto di come interpretare una o più partite di calcio. L’essere uomini ha, secondo me, una valenza importante. Non conosco il valore umano del gruppo ce c’è al Genoa, staremo a vedere. Il calcio è fatto di mille sfaccettature. Confido, vista la mia simpatia verso il Genoa naturalmente, che sia prima un gruppo di uomini e poi di calciatori”. 

Tra 24 ore il Genoa compie 130 anni…

“È la prima società del nostro calcio, sono nato e cresciuto lì indossando quella maglia da quando avevo nove anni. Dovrebbe essere una stagione ancora più importante per i calciatori di oggi, guidati da Gilardino, e si dovrebbe sapere cosa significhi e sviluppare un senso di appartenenza. Non credo che tutti i giocatori d’Italia possano indossare una qualsiasi maglia. Ci sono società diverse da molte altre, e il Genoa è una di queste. Il Genoa è un senso d’appartenenza. Spero che i giocatori sentano, nell’anno dei 130 anni, questa cosa. E spero possano fare un buon campionato, tranquillo, senza fare soffrire nessuno, senza soffrire neppure loro. Siamo in pochi genovesi in giro per l’Italia, e sono uno di quelli che fanno parte di una hall of fame”. 


Rassegna Stampa del 6 Settembre, Genoa: si riprende a Pegli. Intanto è 7° per tifosi allo stadio