Alle ore 13 e 18 la seconda e terza parte della nostra intervista a Cesare Prandelli

Prima di arrivare a parlare del suo futuro e dei progetti al Genoa, nell’ultima puntata di questo lungo colloquio, il tecnico del Genoa Cesare Prandelli, intervistato in esclusiva dalla nostra redazione, ci ha raccontato un po’ come viva il calcio, quali siano le sue idee e le sue sensazioni. Un lungo racconto che parte dal suo periodo di assenza dal calcio italiano, dal 2010, e arriva sino alle ultime, recenti vicende calcistiche.

Cosa è cambiato nel suo periodo di assenza dal calcio italiano? 

L’unica cosa che è cambiata in maniera sostanziale è che c’è il VAR. Ora abbiamo un mezzo democratico, che va rivisto in certi particolari ma mi sembra uno strumento importante. 

Ci faccia un quadro di Prandelli come allenatore e del suo gioco ideale

Io nasco, avendo fatto tanti anni di settore giovanile, con l’obiettivo di far crescere l’individualità del ragazzo e poi metterla insieme in un concetto di squadra. Cercare di far crescere l’aspetto tecnico individuale e mettere insieme dei concetti, che sono sempre difficili da esporre. Anche quando si dice “vorrei giocare bene”, ma cosa significa giocare bene? Come quando si dice “mi piace tenere il possesso della palla”, ma come e dove si tiene il possesso della palla? Quando si dice “mi piacerebbe ricercare il risultato”, poi fai risultato ma giochi meno bene. Al di là di tutto, penso di esser sempre stato un allenatore molto realista: in base ai giocatori a disposizione cerco di disegnare un abito. 

A proposito di vestiti, lei disse: “Per essere credibile devi indossare il tuo abito e non quello di altri. Un abito cucito sulle tue convinzioni e sulle tue debolezze è sempre un abito valido” 

I grandi innovatori del calcio sono diventati riferimenti mondiali, come è stato per Sacchi e come tutt’ora per Guardiola. Lo “scimmiottamento” è un problema per il mondo del calcio, perché non tutti possono fare quel tipo di calcio e non tutti hanno i giocatori adatti per quel tipo di calcio. Ben vengano, ma bisogna cercare di valorizzare quello che si ha e quello che uno può fare.

Lei ha lasciato un’impronta nel calcio con Parma, Fiorentina e Nazionale: è ripetibile? Il suo centrocampo rotante non è stato ripreso così tanto da altri allenatori

“La prima esperienza importante che ho fatto è stata a Verona, dove abbiamo capito di poter osare qualcosa in più. Siamo stati forse una delle prime squadre, insieme a Silvio Baldini dell’Empoli, a proporre un 4-2-3-1 con la punta in verticale ma con gli esterni offensivi e i difensori a dare ampiezza e profondità. Diciamo che quando arrivi prima degli altri su un sistema di gioco, ci vuole un po’ più di tempo per capire come contrastarti, infatti abbiamo fatto due anni straordinari proprio per questo motivo. Le altre esperienze sono diverse, perché a Parma ho trovato una squadra di giovani con esuberanza e potenzialità, quindi ho cercato di valorizzarli. Ho avuto anche giocatori come Mutu, che quando si presentò era il classico numero 10 che voleva giocare dietro le punte e fare il regista offensivo.

In un paio di mesi l’abbiamo convinto del fatto che per noi fosse più importante cercare di far migliorare le sue qualità: tecnica, personalità, saper fare gol e assist. Quindi l’abbiamo messo in una zona nella quale si è espresso per tutta la carriera. A volte il giocatore ha un po’ di paura ad osare, ma a me piace un giocatore che ascolti e si metta a disposizione di una persona più esperta. Anche perché se portiamo delle proposte lo facciamo per migliorare e non per peggiorare un giocatore. Abbiamo fatto cinque anni con una buona continuità, ogni anno cambiavamo giocatori ma avevamo un concetto ben preciso. L’idea del centrocampo rotante mi è venuta in mente quando avevo a disposizione giocatori con qualità e tempi di gioco perfetti. Allora ho detto: ruotiamo il centrocampo in base alla posizione della palla. L’ho fatto perché tutti e tre potevano interpretare sia il ruolo del giocatore che imposta davanti alla difesa sia quello di un interno che va a cercare la profondità. Quindi potevano ruotare. 

Cosa le piace e non le piace del mondo del calcio

Il calcio è sempre affascinante. Mi piace il fatto che possa arrivare una vittoria a far dimenticare tutto: questo è il fascino del calcio. Quel che non mi piace è il calcio troppo parlato, troppo violento e troppo polemico. 

Da allenatore e da educatore, come ci si approccio a ragazzi che ormai hanno tutto a disposizione? 

Questo è un argomento molto delicato. Parlo sempre della mia esperienza per dare un’opinione: quando ho lavorato nel settore giovanile, spesso ho discusso con genitori che mi rimproveravano il fatto che avrei dovuto fare solo allenatore e non l’educatore. Quindi arrivava dalla famiglia stessa un problema educativo. Sono sempre convinto del fatto che un ragazzo che cominci a far parte di un percorso in un settore giovanile debba saper rappresentare quel settore giovanile con la moralità giusta, con le regole giuste. 

Lei non cuce la squadra su un singolo giocatore

Dipende. Se avessi Messi probabilmente sarei obbligato a farlo, ma di Messi ce n’è uno. Su un solo giocatore no, però puoi individuarne due o tre che abbiano determinate caratteristiche: se hai un giocatore con una capacità di dribbling straordinaria puoi metterlo in condizione di poter dribblare più volte durante la partita. Quindi si, a volte lo devi fare. Soprattutto quando hai calciatori tecnici. 

Agroppi diceva che gli allenatori contano il 20% sulla prestazione della squadra 

Dipende dalla squadra che hai e dal valore a disposizione, ma non si va molto lontano da quel che ha detto Agroppi. Tu puoi avere tante idee o un modo di far interpretare la partita, ma se affrontando una determinata squadra capisci che la tua giornata è fatta sul cambio di gioco, tutto è dato dall’interprete, se cambia gioco portando perfettamente il pallone sul piede del compagno. Se invece ha problemi tecnici, allora forse è meglio fare un passaggio intermedio, ma penso che non si vada lontano dal 30%. 

Lei disse che se perde e gioca bene non si preoccupa, al contrario invece sì

Giocare bene, come dicevamo prima: cosa significa giocare bene? Sono sempre convinto del fatto che se una squadra interpreta una partita come l’hai preparata, ti dà soddisfazione perché vuol dire che hanno dato tutto per arrivare al risultato attraverso le conoscenze acquisite. Se invece arrivi alla vittoria attraverso un episodio, attraverso una casualità, nascondi per un momento un problema ma prima o poi dovrai affrontarlo.

Le vittorie non arrivano per caso: giocar bene aiuta a vincere?

Assolutamente. Se giochi bene i giocatori si sentono quasi invincibili perché giocar bene corrobora, unisce e dà spirito di squadra coinvolgendo tutti. Poi se arrivano i risultati ci si sente ancor più forti.

Nell’attuale campionato non si punta a giocar bene ma a far risultato 

Noi viviamo in questo paese, affascinante e meraviglioso, dove alla fine conta solo il risultato. Sarà molto difficile riuscire a cambiare questo tipo di mentalità, nessuno ha la presunzione di farlo: bisogna solo cercare di giocare bene con la voglia di trovare il risultato. 

Come si vince in Serie A? Oggi sembra che lo si possa fare quasi soltanto con con punizioni, tramite il VAR, con tiri da fuori area o per meriti di giocate singole 

I gol sulle palle inattive sono stati sempre importanti per tutti i campionati e in tutte le epoche. Le squadre che vanno in Europa trovano un calcio diverso perché tutte le altre squadre hanno un impianto di gioco e la presunzione di poter vincere contro tutti gli avversari. In Italia siamo molto più attenti, tattici e scrupolosi nei dettagli, mentre in Europa si gioca in maniera più libera per far vedere di essere superiori: quindi aumentano il ritmo e l’intensità di gara.