Oggi ci siamo trovati a riflettere su dove andrà a finire il calcio italiano, il mondo del pallone che tutti noi amiamo e che riempie di gioia o di dolori i nostri weekend, ma solo sul prato verde, dopo aver visto il teatrino messo in scena per giocare la 37ª giornata di campionato.
È giunto il momento di cambiare e le tifoserie sane devono riappropriarsi delle giornate calcistiche, tornando libere di portare i figli allo stadio senza paure, trasmettendo la gioia e la passione per la squadra del cuore, con una programmazione degli orari anticipata almeno di un mese e togliendo fumogeni e torce dalle mani di chi non merita di entrare in Nord.
Genoa-Milan 0-2. Povero Diavolo: brutto e senza anima, ha vinto una partita che non meritava. L’orchestra di DDR non ha suonato soltanto l’undicesima “sonata” al Ferraris — undicesima vittoria in campionato — ma ha offerto un’altra prova di maturità calcistica.
Tutti i calciatori sono stati dominanti e propulsori di gioco. Difficile trovarne uno sottotono. Il Genoa ha mostrato contro il Diavolo catene di gioco e gruppi di calciatori con una ragguardevole intesa tattica. Il Genoa ha perso contro il Milan pur avendo messo in campo superiorità tecnica, migliore condizione fisica generale, marcature efficaci e un gioco collettivo più efficiente, pagando però due episodi casuali.
L’unico errore banale di Amorin, dopo una buona partita, unito a una respinta corta della difesa, ha permesso al Diavolo di ricevere in dono un rigore — giusto — e di sfruttare praticamente l’unica giocata di Athekame in tutta la gara. Il Genoa contro il Diavolo ha giocato con tutti i 16 uomini schierati da De Rossi e con tutto il Tempio, non soltanto la Nord: tutti per uno, uno per tutti.
Il Genoa ha dato una prova di forza con una gara perfettamente studiata a tavolino in ogni dettaglio, prima e durante la partita. Tutti i rossoblù schierati hanno dimostrato di conoscere perfettamente lo spartito di DDR. Ancora una volta, tutti i calciatori genoani sono stati dominanti e propulsori di gioco. Difficile trovarne uno fuori ritmo.
Il Genoa, sotto gli insegnamenti di De Rossi e del suo staff, ha dimostrato per l’ennesima volta di aver raggiunto una maturità di gioco che coinvolge tutta la rosa, indipendentemente dall’avversario affrontato. Le trame viste contro i rossoneri non sono frutto del caso.
Fare le pagelle serve a poco: ha funzionato all’unisono tutta l’orchestra di DDR, che ormai non è più una semplice band. De Rossi ha trasformato Vitinha in un esterno a tutto campo, ha fatto crescere Marcandalli — probabilmente il migliore in campo — e Otoa, pronti anche a seguire i consigli di Ostigard e Vasquez.
La strategia messa in campo da De Rossi, dal suo staff e dagli analisti è moderna, di quelle che spesso vediamo soltanto in televisione: gioco equilibrato, flessibile, capace di attaccare con cinque uomini e difendersi in sette nel giro di pochi secondi, sfruttando tutti i numeri di modulo che, alla fine, lasciano il tempo che trovano.
I due mediani, Amorim — metronomo della squadra — e Frendrup, il solito mastino, non sono mai stati lenti; chi ha giocato da trequartista, tra Malinovskyi e Baldanzi, era pronto a svolgere entrambe le fasi; Vasquez, Vitinha ed Ellertson hanno lavorato da stantuffi sulle corsie laterali attaccando l’area; Colombo, da prima punta, ha creato gioco.
De Rossi ha confermato di amare il palleggio, ma anche di essere pronto a utilizzare la verticalizzazione per cercare situazioni di vantaggio numerico. Tutti in campo provano sistematicamente il raddoppio sul portatore di palla avversario e ogni calciatore, compresi gli attaccanti, ha compiti precisi in fase di copertura.
Tutto funziona, come dichiarava Klopp ai tempi del Borussia Dortmund, se tutti corrono, sono al top della forma e la squadra copre complessivamente almeno venti chilometri di corsa efficace.
Il Milan probabilmente andrà in Champions, ma l’unico che sembra meritarselo davvero è Allegri, viste tutte le vicissitudini societarie raccontate in settimana, alle quali bisogna aggiungere Maignan — che anche ieri ha salvato il risultato — e Rabiot.
Dopo tutto quello scritto, Totò direbbe: “Sogno o son desto?”. In realtà è stata soltanto la cronaca di ciò che si è visto. Mister Futuro De Rossi è l’uomo dell’anno del calcio italiano 2026, valutato non solo per il gioco ma anche per le sue conferenze stampa, prima e dopo le gare: buca lo schermo e le riprese televisive con l’importanza del linguaggio, spiegando con chiarezza sia le cose positive sia gli errori.
De Rossi è desto, non sogna. Per il futuro del Genoa vorrebbe un potenziale offensivo importante, integrato con una tattica difensiva funzionale. Sintesi difficile da raggiungere, ma viste le ultime gare, tra pressing e possesso palla, si può iniziare a crederci.
La società, Lopez direttore sportivo, lo scouting e DDR stanno lavorando per cercare calciatori non ancora sotto i riflettori da integrare nel gioco voluto dal mister, tentando di ripetere quanto visto in passato con Atalanta, Bologna e altre realtà capaci di valorizzare giocatori sconosciuti poi diventati decisivi.
Genoa-Milan | Il saluto del Ferraris a Malinovskyi. “Tifosi da Champions. Vi voglio bene”









