Il Vecchio Balordo non vinceva a Bergamo dal gennaio 2016, in panchina Gasperini. Non è stata una vittoria ma un pareggio che, oltre a raggiungere la salvezza quasi matematica, può ben decidere le sorti del futuro della prossima stagione.
Punto importante guadagnato a Bergamo, come la vittoria in casa del Pisa, troppo importante con il calendario ancora da giocare. Atalanta-Genoa, una partita non da tremiti all’inizio per De Rossi e compagnia. Paura che non si è vista neanche in campo ad inizio gara, mettendo in crisi il gioco di Palladino, che non si aspettava la nuova strategia tattica con tre punte.
Gli orobici hanno provato a pungere di più, ma contro un Genoa che ha giocato corto, cioè organizzato e dislocato sul terreno di gioco in modo che tra i calciatori non ci fosse mai una distanza eccessiva, coinvolgendo tutta la squadra in sovrapposizioni e raddoppi di marcatura con tempismo e intelligenza, la Dea non ha impensierito Bijlow: un solo brivido, creato da se stesso in una ripartenza.
Atalanta-Genoa per DDR è stata una questione di spazi: importante era chiuderli in fase difensiva e cercarli in fase offensiva, operazione riuscita bene grazie alla corsa di Ekhator e Vitinha davanti, Frendrup e Amorin nel cuore del gioco.
Finalmente nessun errore importante difensivo, né singolo né collettivo, durante tutta la partita. L’efficienza della difesa rossoblù contro l’Atalanta si è vista nella copertura che i calciatori sono stati in grado di darsi l’uno con l’altro, nel limitare il più possibile lo spazio e il tempo agli attaccanti avversari con l’anticipo, anche quando Palladino, disperato, alla fine ha cambiato tutti i protagonisti.
Bello vedere il Grifone con lo spirito di sacrificio, la voglia di giocare, di non arrivare secondi su nessun pallone, correre anche a vuoto, qualche volta, con tanta concentrazione per aiutare i compagni e, come nelle altre gare meno fortunate, alzare i ritmi per spaventare gli avversari.
L’Atalanta dei fenomeni, compreso Palladino, con soli 10 punti in classifica su 27 disponibili dall’inizio della primavera, è stata succube nel primo tempo del gioco a specchio da parte del Vecchio Balordo, bravi nell’accorciare e salire con tutta la squadra, con ogni azione pronta a un pressing portato a rubare il pallone, ripartire e, rispetto a qualche altra gara, lasciare meno spazi dietro la linea della sfera.
Palladino sarà rimasto male per aver pareggiato dopo aver vinto con Monza, Fiorentina e la stessa Dea (compresa la Coppa Italia) 6 gare da quando è diventato allenatore.
Le cronache metteranno in risalto il gol mangiato da Raspadori dopo una percussione e tiro di Ederson parato dal portiere, oltre al tap-in scagliato dai 9 metri, oppure la traversa colpita nuovamente da Raspadori.
DDR non vive nel “talebanismo” tattico: è più laico nelle scelte, proponendo non solamente il 3-5-2 o il 3-4-2-1, barcamenandosi bene tra le varie strategie, come nelle gare contro la Dea, messa sotto strategicamente sia all’andata che al ritorno, così come visto in precedenza contro il Como, due squadre per critica e analisti del campionato italiano diverse dalle altre 18.
Bene Ekhator, Amorin e Østigard: ingeneroso fare le pagelle. Il Genoa, giocando da squadra, non dovrebbe mai andare sotto la sufficienza per gli altri 13 che scendono in campo.
Il popolo genoano gridava nello stadio della Dea “Vi vogliamo così”, sicuri che con la tranquillità della matematica si divertiranno fino al 24 maggio, giorno della fine del campionato.
Felicità nei dizionari è un sostantivo: nella vita di questo Genoa è un verbo che si vuole coniugare con il futuro, con la speranza di questo presente da migliorare con quanto visto con De Rossi e il suo staff dal suo arrivo, con la partecipazione di tutta la società.









