Malagò doveva essere l’unificatore del calcio italiano, invece, dopo un mese dalla sua elezione con un consenso di elettori inedito (Lega Serie A, Associazione calciatori e allenatori, con qualche fuggitivo votante della Serie B, C e D (non si è capito cosa abbia promesso alle categorie inferiori) – mancano solo l’associazione dei procuratori e degli agenti che non fanno parte della Federazione calcistica, ad oggi, ma contano), ha diviso allontanando anche la politica.
Malagò sembra prono alla Lega di Serie A, sempre più coinvolta nelle decisioni del Consiglio Federale FIGC. Le “pirlate” di Malagò sono iniziate non presentando un pacchetto di riforme, in silenzio, nelle stanze della FIGC, compreso l’accordo per i nuovi incarichi della Nazionale. Invece, come in politica, i programmi nel calcio non ci sono mai: si fanno solo per motivi elettorali, ma poi non vengono mantenuti da qualsiasi maggioranza.
La FIGC doveva, con Malagò, essere rifondata dalle fondamenta e non partire dal Commissario tecnico della Nazionale, sviscerando un programma per cercare di valorizzare i giocatori italiani da proteggere, dare loro più spazio nel campionato e tutelare i vivai (leggendo le notizie del calciomercato tutto appare ancora peggio rispetto al passato, orfano di calciatori italiani nelle trattative).
L’unico manifesto annunciato prima delle elezioni era proteggere solamente la Lega di Serie A e i suoi interessi: bloccare le risorse verso i campionati minori senza aumentare il dividendo delle risorse derivanti dai diritti TV, ottenere sgravi fiscali e ritornare al betting che ha condannato Pirlo. Operazione non facile dopo aver litigato con Abodi, Ministro dello Sport, e Giorgetti, Ministro dell’Economia e delle Finanze. Mentre, nei campionati italiani, in tutta la penisola gloriose squadre non riescono a iscriversi.
Le “pirlate” di Maldini e Leonardo che cercano Guardiola, Ancelotti e qualche altro. Maldini e Leonardo promettevano metodo, calcio offensivo e continuità con i giovani, tutto però in dieci anni. Come facevano Guardiola e compagnia a garantire? Il ruolo del Commissario tecnico in Italia, con solo pochi appuntamenti di pochi giorni con la Nazionale, consiste nel selezionare, correggere e vincere alla svelta. Pirlo, tra tutti quelli nominati, sembrava il meno pronto, visto il curriculum, per completare la sua formazione in una Nazionale diversa da un club, che si vive tutti i giorni.
Il progetto di lungo periodo, troppo lungo per Maldini, andava bene per la Federazione calcio nel costruire calciatori e allenatori, ma non per un CT che, se non vince, viene subito messo in croce.
A Maldini e Leonardo piace il calcio spagnolo; invece di cercare Guardiola, il simbolo indiscusso del calcio iberico, dovevano chiamare De La Fuente, il CT spagnolo, anche se in Italia c’è il sosia Silvio Baldini che, appena ne ha avuto l’occasione, lo ha fatto vedere, anche se nessuno in precedenza aveva calcolato i suoi successi, risultati e prestazioni con l’Under 21, come attualmente sta accadendo con il Campionato Primavera.
Baldini era un’occasione che l’Italia non doveva perdere: era il CT giusto per ricostruire davvero la Nazionale. Baldini fuori dai giochi perché inviso alla Serie A per la sua schiettezza. Una mossa intelligente sarebbe stata confermarlo fino alla fine di dicembre, perché la Nations League, che si giocherà tra settembre e novembre 2026, e il girone di qualificazione per la Serie A italiana ai suoi allenatori e presidenti non contano nulla. Conteranno invece per il nuovo CT, se uscirà con le ossa rotte dal girone da giocare con Belgio, Francia e Turchia e dal successivo spareggio per salvarsi.
Pirlo è il più giustificato nel non essere stato accettato da Malagò per essere stato nominato, nel 2025, dall’agenzia di scommesse russa Fonbet Global Ambassador, tutto conosciuto già dal maggio scorso, quando Pirlo volò in Russia per partecipare a una partita amichevole sponsorizzata da Fonbet e poi fu ingaggiato come allenatore di una squadra di proprietà dell’agenzia di scommesse in Arabia Saudita. Un caso politico perché la Russia è in guerra con l’Ucraina, che non tiene conto, però, di quando i cantanti melodici italiani vanno a Mosca a cantare.
Malagò non lo sapeva? Era in fibrillazione per i conti delle Olimpiadi invernali. Maldini e Leonardo neanche? Oppure hanno provato il gioco delle tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. Difficile da credere. Ieri si è preso tutte le responsabilità della nomina di Mancini allenatore e di Ranieri capo della delegazione italiana, dopo il rifiuto di Chiellini.
Ora, contento, ha raggiunto il suo scopo da quando è stato eletto Presidente della FIGC, scontrandosi due giorni fa con la Serie A che voleva Conte. La sua contentezza deriva dal fatto che il nuovo asse ruoterà attorno al Circolo Aniene di Roma, con Malagò presidente onorario e Mancini socio onorario; Ranieri, invece, non è ancora iscritto.
Lo slogan di Malagò sarà sempre lo stesso del passato, quando era capo del CONI: andiamo a comandare, dureremo più del Governo e siamo messi bene con qualsiasi maggioranza prossima ventura.
Si è dimenticato che, nel calcio, lo sport più amato dagli italiani, per adesso è il risultato l’unica cosa che conta. Sarà dura per Mancini battere Belgio, Turchia e Francia nella Nations League autunnale. Pirlo era amichetto di Maldini, Mancini di Malagò: cambierà qualcosa per il calcio azzurro?
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