É arrivato oggi pomeriggio l’esito delle elezioni federali: Giovanni Malagò è stato eletto nuovo presidente della FIGC. Malagò, 67 anni, assume la carica di presidente della FIGC con il 68,58% dei voti dopo aver guidato il CONI dal febbraio del 2013 al giugno del 2025 (tre mandati consecutivi) ed esser stato presidente della Fondazione Milano-Cortina 2026, il comitato organizzatore dei XXV Giochi olimpici invernali. Con la sua elezione, si avvicina il ritorno di Roberto Mancini sulla panchina della Nazionale italiana.
L’INTERVENTO DI GIOVANNI MALAGÒ | “Ho sentito doverosamente e attentamente gli interventi di tutte le persone che hanno rappresentato le varie componenti. Faccio fatica, salvo qualche cosina oggettivamente che proprio non condividevo, a non essere d’accordo. Ci sono oggettivamente delle grida di dolore, ci sono degli aspetti che sono oggettivi, ci sono delle problematiche di carattere strutturale, però devo dire con altrettanta sincerità, se oggi io sono qui è solo per un motivo: che Gabriele Gravina ha ritenuto giusto dimettersi, volendolo o perché suo desiderio, sua scelta di campo e di vita sicuramente complessa e travagliata, perché lo conosco bene l’uomo. Questo è l’unico motivo per cui oggi sono di fronte a voi a raccontare me stesso e quello che penso di questa candidatura.
Grazie Gabriele, grazie a prescindere perché il tuo testamento, le tue parole in cui sicuramente c’era anche dolore, un pizzico di rancore, hanno comunque voluto sottolineare le tante cose belle e importanti che si sono fatte e, al tempo stesso, con l’occasione, l’ho già dichiarato pubblicamente tramite qualche media, voglio ringraziare lo stile e il fair play da parte di Giancarlo Abete, consentitemi di dire. Perché le componenti, che ringrazio per aver fatto questi endorsement così importanti, e le leghe nei miei confronti abbiano pensato a me, io me lo sono chiesto. All’inizio ero molto molto, molto titubante, ero scettico. Arrivavo dopo un’esperienza in cui avevo dato tutto, anche fisicamente, anche come energie mentali se voi volete, da un’avventura olimpica e paralimpica. Poi una spiegazione me la sono data: penso per la mia storia, per il mio curriculum, che voglio dividere in tre pezzi, almeno per ciò che riguarda quanto fatto nel mondo dello sport.
Il primo pezzo è che sono stato per ventun anni – e poi sette tutt’ora da onorario – presidente dell’associazione sportiva e dilettantistica che si chiama Circolo Canottieri Aniene, una ASD che fa parte esattamente di quel mondo, del mondo dilettanti che conosco a memoria. Ho sempre raccontato che per questi quasi trent’anni ho cantato e portato la croce come legale rappresentante dell’ASD, che sapete benissimo non ha scopo di lucro, non ha finalità profit, ma rientra in pieno in quella mission che se volete tiene le fondamenta non solo nel mondo della Lega Dilettanti, ma anche e soprattutto di tutto il sistema calcistico e, mi sento di dire, di tutto il mondo dello sport.
Nella seconda parte sono stato presidente di un ente pubblico, guarda caso il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, che è peraltro l’ente vigilante sulla Federazione come su tutti gli altri organismi sportivi, non solo le FSM, ma le DSA, gli EPS. Ovviamente c’è anche il territorio: ho girato come un pazzo e tant’è vero che ho salutato quasi tutti, vi conosco tutti, conosco le vostre realtà non solo a livello societario, ma a livello proprio geografico, conosco i vostri impianti sportivi.
La mia terza esperienza è quella appunto di presidente della fondazione che ha portato ad avere nel nostro Paese un’aggiudicazione molto complessa (anche lì una storia quasi da fantascienza quella della candidatura rispetto a quello che era iniziale). E pensate i corsi ricorsi storici: forse oggi se la città di Roma, se il Comune, se la Sindaca non avessero impedito di continuare quel volo meraviglioso per la candidatura, oggi parte della problematica dell’impiantistica sportiva – e qui ovviamente gli amici dell’UEFA conoscono perfettamente – l’avremmo risolta, perché necessariamente nel dossier vi è la coercizione e l’obbligatorietà di avere tra 10 e 12 stadi con certe caratteristiche, mentre oggi da qui a sei anni ce ne bastano cinque, perché ovviamente oltre al calcio maschile c’è quello femminile, nonché la disciplina del rugby a sette. Ed è per questo che ieri sera, stando a casa ragionando, soffermandomi su cosa raccontarvi, ho sentito dire che abbiamo chiamato un papa nero, un papa straniero. No, io non sono d’accordo: io mi sento assolutamente uno di voi, anzi io mi sento figlio di molti di voi, mi sento fratello di voi, mi sento padre nei confronti dei giovani che sono in questa sala, perché da ragazzino ho frequentato la scuola NAGC della Federazione Italiana Gioco Calcio, corsi e ricorsi all’Acqua Acetosa dove oggi c’è il centro di preparazione olimpica del CONI e dove peraltro sapete benissimo che una squadra ha un impianto, uno stadio intitolato al grande Gianluca Vialli. Poi ho giocato per circa 15 anni da tesserato, di cui una decina in Serie A di calcio a cinque, sempre ovviamente con quel tipo di priorità sportiva rispetto a altre discipline. Ho vinto dei campionati italiani, ho vinto delle Coppe Italia, ho giocato un Europeo, ho vinto, ho giocato in Nazionale. L’ottimo Marchetti, che è stato il mio portavoce al CONI, ieri mi ha detto Pres, ma vuoi sapere che in 128 anni di storia, da quando è stata fondata la federazione italiana gioco calcio, esattamente dal 1898, non c’è stato mai un presidente che ha vinto un campionato italiano? L’unico fu Fulvio Bernardini, che però non fu votato, ma fu reggente dopo la storia della Seconda Guerra Mondiale.
Allo tempo stesso c’è un percorso di famiglia. C’è un padre, tre volte vicepresidente in mandati diversi, più giovane consigliere della storia della Roma, vicepresidente vicario, un periodo anche facente funzioni perché il presidente Ciarapico aveva avuto qualche problema personale, così come c’è la mia esperienza da commissario della Lega di Serie A. Le categorie, a parte gli allenatori – ma in Italia mi sembra che ce ne sono 60 milioni: bastano e avanzano quelli che ci sono – le ho fatte tutte e le conosco tutte. Io sono figlio della FIGC e poi sono andato anche a cercare per tenere alta la bandiera del mio Paese, col comitato olimpico, con le varie squadre azzurre, con il CIO, sono andato a cercare sempre e solo uno scopo, sempre e solo una missione: fare grande l’Italia. In quel circolo sono stato fortunato, ho scelto le persone giuste, ma quel circolo è diventata la più importante associazione sportiva dilettantistica d’Europa. Non lo dico io, lo dicono i risultati.
Da solo porta più atleti e più atleti di tutti gli altri circoli d’Italia messi insieme, da solo vince più medaglie a livello civile di tutti gli altri circoli, di tutti gli sport messi insieme. Quel Comitato Olimpico Nazionale Italiano, non lo dico io, ha vinto nelle ultime Olimpiadi estive ed invernali più medaglie di sempre. Penso che quando sono venuti da me degli amici, a cominciare da quelli della Serie A, poi si sono agganciati tutti gli altri, penso che in qualche modo ipotizzino che quello che sono riuscito a fare in contesti apparentemente lontani, ma sempre sempre vicini, attaccati sopra e sotto, complici, si possa ripetere con la FIGC. C’è un “però”. Il però è che, pur non avendo mai avuto l’ansia della prestazione elettorale, a torto o ragione, io avverto ogni minuto che passa un spaventoso peso della responsabilità e io ve lo devo dire, anche dopo questi discorsi che ho ascoltato. Vivo di questo senso di responsabilità da quando sono nato, perché se è successo quello che è successo, in qualche modo è necessario cambiare. E io ho il dovere di dirvelo, se no vi prenderei in giro.
Cambiare come? No, non sto adesso, qui, a raccontarlo. L’ho fatto con i presidenti delle leghe, soprattutto quelle che mi hanno dato fiducia. Cambiare vuol dire anche innovare. Cambiare vuol dire cambiare mentalità. Io so benissimo che non riuscirei a fare delle cose che un ragazzo di vent’anni, probabilmente con una facilità estrema oggi, anche in termini di ragionamento, è più propenso ad acquisire e adottare. Però io sono molto disponibile e non c’è assolutamente un grado di barriera che mi impedisce di ragionare per qualche cosa di più, di diverso di quello che si deve fare. Anche perché se ognuno rimane su certe posizioni – e in parte consentitemi l’abbiamo sentito nei discorsi perché sì, qualcuno ha fatto un po’ di autocritica, non c’è dubbio, ma qui, parliamoci chiaro, si è perso tutti insieme – non riusciamo ad andare da nessuna parte. Gabriele ha fatto il suo atto di dolore, d’accusa, se voi volete, ma anche al tempo stesso di critica, che non si sono riuscite a portare avanti le tanto agognate riforme. Poi le devi fare giuste le riforme, perché ovviamente c’è chi le vede in una certa direzione, e che invece oggettivamente, magari in un modo, non dico egoistico, però personalistico, le vede in un’altra. Io vi supplico: se dovessi essere letto, mettiamo da parte ognuno di noi i propri personalismi. Come io sono riuscito a fare in quell’ASD, in quel Comitato Olimpico, in quella fondazione – e tutte e tre erano delle Torri di Babele, ve lo garantisco, ma siamo riusciti alla fine ad ottenere sempre l’unanimità delle decisioni perché la gente si è fidata e, soprattutto, ha visto il coraggio, l’incoscienza, spero la competenza che mi ha portato a fare determinati risultati. Le tematiche, le problematiche, sono quelle: l’impiantistica, gli sgravi fiscali, la tematica calcio femminile all’interno ed esterno, il calcio maschile, il discorso delle scommesse, a di là della sua destinazione, gli aspetti dei decreti crescita e dignità, però la parola giovani è ricorrente e anche qui la puoi declinare in ogni modo. Un grande presidente della Serie A, il primo giorno che mi venne a trovare, mi raccontò il ratto, il furto di due grandi atleti da quella società. Mi disse: “Giovanni, promettimi che questo non avverrà più”. Glielo prometto. Poi devo capire con le norme come si può evitare.
Poi c’è la componente Serie B, che oggi ha evidenziato quanto e come sottolineano la loro indispensabilità di un minutaggio, di un utilizzo da parte di calciatori giovani all’interno di quel campionato. E poi, come fai a non sposare quella che è la riforma Zola? È evidente, se tu la leggi, che la abbracceresti. È chiaro che poi bisogna individuare risorse, metodologie e soprattutto il ritorno a quelle dinamiche che hanno purtroppo spesso condizionato anche delle volontà comuni, ma non hanno portato a nessun tipo di risultato. La credibilità, oltre che personale, è fatta di regole, di governance, di trasparenza. Tanto più noi siamo bravi a esternare questa voglia, ad urlarla anzi, dobbiamo veramente essere sicuri che non abbiamo nulla da nascondere, tanto più noi recuperiamo sotto profilo di prestigio e di immagine quello che oggi è indispensabile insieme a quelli che sono i risultati sportivi di vertice. La FIGC non deve solo amministrare, deve gestire, deve ispirare. Voi dovete fare in modo che la Federazione sia una fonte di ispirazione e io la devo convivere con voi. Non condividere, ma convivere con voi perché solo a quel punto ognuno di voi si sente veramente protagonista di quella che è una nuova stagione.
È la più grande istituzione sociale del Paese, non solo per i numeri e per 1,4 milioni di tesserati, ma per il numero di affiliati, per la sua capillarità formidabile su un territorio strano come il nostro. Oggi le risorse sono sempre più difficili da trovare e se c’è una cosa nella quale penso di essere stato ritenuto capace, magari fino adesso, vediamo col prodotto FIGC, è quella di reperire il più possibile ricavi supplementari da qualsiasi tipo di forma di attività, di marketing, di sponsorizzazione, di partnership, di nuove iniziative. Al tempo stesso ovviamente c’è una funzione sociale che non è assolutamente paragonabile con nessun altro. È una sfida, è una sfida complicatissima. Abbiamo due anni e mezzo di legislatura sportiva, un anno e qualcosa se si arriva proprio all’ultimo giorno della legislatura politica su cui bisogna ricostruire assolutamente delle dinamiche perché, come è stato raccontato da tutti, è imprescindibile per ottenere il massimo delle possibilità e nell’interesse reciproco – sia chiaro, perché qui non sono due parti contrapposte e questo è quello che saremo in grado di raccontare. E anche su questo vorrei dire con franchezza: quando c’è stata qualche posizione diversa tra istituzione sportiva, in particolare il Comitato Olimpico, e i vari governi che si sono succeduti, io ho sempre dimostrato che a mantenere la schiena dritta si ottiene molto di più, se non altro proprio per rispetto. Ritorno al concetto della credibilità, che non è quello magari apparentemente di essere disponibile su ogni cosa e poi i fatti non hanno mai dimostrato che questo avvenisse.
Nel mio discorso iniziale per Milano Cortina, davanti a un numero assurdo di persone, più di due miliardi, parlai del fuoco. Il concetto credo che lo sapete: non dobbiamo custodire le ceneri, ma dobbiamo preservarlo. Ecco, io voglio raccontare in altre parole tutto questo all’interno della Federazione, all’interno del mondo del calcio italiano. Le nostre radici non devono essere solo un elemento di nostalgia, quello che eravamo. Le nostre radici non devono essere un peso che quasi ci soffoca e che ogni giorno ci fa ricordare cosa eravamo prima, i giocatori che c’erano e tutto quello che è stata la grande Italia. No, le nostre radici bisogna farle diventare uno stimolo per guardare il futuro avanti, con una nuova stagione diversa, coraggiosa, vincente, ambiziosa, umile, ma ambiziosa e nella quale è indispensabile che ognuno di voi si senta parte di tutto questo, si senta protagonista. Se c’è una cosa su cui io vi do la mia parola d’onore è quello di farvi sentire orgoglioso di andare verso questa nuova epoca, questa nuova stagione del calcio italiano”.
L’INTERVENTO DI GIANCARLO ABETE | “Cercheremo, ognuno a seconda di quelle che saranno le valutazioni, di continuare a collaborare per il bene dello sport italiano perché mi hanno insegnato ad essere un costruttore, non un distruttore. Noi siamo una forza positiva, una forza che non ha mai utilizzato i diritti di veto, non ha mai utilizzato le dimensioni collegate al fatto di valere come minoranza, noi siamo soggetti che rappresentano un mondo che si riconosce nel fare.
Quando ci sono state le dimissioni di Gabriele Gravina, che me l’aveva accennato e me l’aveva detto sostanzialmente quando siamo scesi dall’aereo in Bosnia, gli ho detto: “Gabriele, prima facciamo un incontro fra i presidenti delle componenti e poi faremo il Consiglio federale”. Lui mi disse: “Giancarlo, il Consiglio federale non serve”. Questo perché aveva già deciso di dimettersi e, quindi, quanto mai gratuite sono state tutte le critiche successive che sono state assolutamente inconsistenti rispetto a una decisione già presa. Dobbiamo però essere nel contempo seri, dobbiamo capire che ci sono tanti presidenti federali che non si sono dimessi non in relazione a una situazione di problematiche gestionali, di crisi interne, di dissenso interno, ma per una crisi che è una crisi sportiva. Noi abbiamo avuto delle crisi sportive collegate ai risultati sportivi, quindi dobbiamo parlare di tutte le problematiche afferenti a come si riesce a valorizzare il talento, come crescono i formatori, ma sempre ricordando a tutti quanti noi che la federazione è entrata in crisi in relazione ai risultati sportivi della Nazionale italiana di calcio. Questo è quello che è realmente avvenuto e questo ci deve far riflettere quando parliamo naturalmente dell’obbligo o della possibilità di valorizzare i giovani, quando parliamo del talento, quando parliamo della qualità dei formatori che deve crescere perché sennò rimaniamo indietro rispetto a un mondo che cambia e dobbiamo cercare naturalmente di farlo – se ci riusciamo tutti quanti assieme – con una riflessione di base.
È stato sbagliato il percorso che ha portato a questa elezione. Un percorso incomprensibile, un percorso in cui i nomi servono importanti e di qualità come quello di Giovanni, ma servono a non parlare dei problemi. Sarebbe stato serio da parte di tutte le componenti federali, nessuna esclusa, andare a un tavolo, capire per quale motivo con il 98,7% dei voti non si fosse riusciti a fare un progetto che fosse un progetto vincente, un progetto che desse una prospettiva. Dopodiché, nel momento in cui una componente avesse indicato un nome, a maggior ragione di un nome di qualità come quello del presidente Malagò, chi è che avrebbe potuto dire di no? Per quale motivo c’era necessità di confrontarsi con un dirigente di qualità? È stato sbagliato il metodo e di fronte a questo sbaglio del metodo che sta a significare la volontà di non affrontare i problemi o di caricarli immediatamente dopo al Presidente Federale nel momento in cui venisse eletto, io ho dato la mia disponibilità a candidarmi. Con grande sacrificio personale perché ho fatto quasi otto anni il presidente della federazione, perché ho più di 75 anni, perché sono nel mondo nel quale mi riconosco, il mondo della Lega Dilettanti, il mondo di quando da bambino seguivo la squadra di calcio, seguivo le trasferte. È stato sbagliato il metodo, se il metodo fosse stato corretto, se non si fosse in qualche modo fatta un’operazione collegata alla qualità della persona senza parlare dei problemi, probabilmente non ci sarebbe stata neanche una competizione elettorale.
È stato sbagliato il metodo, ma comunque siamo qui e il confronto è stato utile. Tante volte mi è stato detto: ma perché non ti ritiri? Perché non ti rendi conto che hai meno voti degli altri e quindi corri soltanto dei rischi? Io ho sempre detto che prima di contare su quella che è la dimensione del consenso degli altri bisogna essere coerenti con se stessi, con la propria storia, con il fatto di dire le cose che si pensano, col fatto di dare un contributo. Quando si è sereni con la propria coscienza si ha già vinto, non c’è necessità di vincere eventualmente se non arrivassero i voti a livello di assemblea. Ma voi avete mai visto una persona che, andando alle elezioni col 2 o 3 per cento, dice che non si candida perché non vince? Ci sono delle persone di qualità in Italia che sono partite da una situazione collegata ovviamente a un consenso minoritario e oggi sono Presidenti del Consiglio. La democrazia è fatta di confronti, non è fatta di unanimismi, è fatta di dare voce a quello che si pensa, di dare un contributo per la soluzione dei problemi. La mia non è un’arringa, anche perché non sono un avvocato e perché sono abituato a parlare a bassa voce. Non è un’elencazione di problemi, perché naturalmente i problemi li conosciamo. Non ho fatto una telefonata a nessuno perché penso che sia sacro il diritto delle persone di decidere secondo coscienza a scrutinio segreto, ho mandato delle comunicazioni, delle lettere in cui ho espresso, oltre al documento programmatico, quella che era la posizione che avevo sulle varie problematiche. Però poi mi sono posto un problema e su questo voglio incentrare un attimo l’attenzione. Se tu dopo dodici anni ti ricandidi, ma che cosa hai cambiato in questi dodici anni? È cambiato il rapporto tra lo sport e la politica“.
“Quando io ho lasciato, ho lasciato una federazione che aveva 62 milioni di contributi, che era in una situazione in cui veniva riconosciuto, anche se solo parzialmente, il valore collegato al miliardo e 400 milioni che fruttava allo Stato italiano. Adesso ne abbiamo 35 e, nel frattempo, le risorse sono significativamente aumentate. Nel momento in cui il ministro Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, di fatto creò le condizioni perché tutta la gestione delle situazioni afferenti ai contributi alle federazioni arrivasse a Sport e Salute, promise di dare una percentuale aggiuntiva rispetto al gettito fiscale che il sistema dello sport drenava nei confronti del Paese. Io ho fatto politica, ho massimo rispetto della politica, sono orgogliosamente stato parlamentare della Democrazia Cristiana nella Prima Repubblica, però mi hanno sempre insegnato a dire “grazie a tutti e non essere costretto a dirlo a nessuno”, a mantenere la schiena dritta al di là di quelle che sono le sensibilità personali.
Noi oggi abbiamo un problema con la politica che io spero che riusciremo a risolvere perché naturalmente quando noi andremo a chiedere quello che dobbiamo chiedere – e che si riterrà di chiedere, il decreto dignità, le situazioni collegate alla valorizzazione dei giovani e vivai – noi avremo necessità di interfacciarci con la politica. Ha ragione Paolo Bedin (Presidente Lega Serie B, ndr): dobbiamo migliorare la nostra reputazione. La nostra reputazione purtroppo non è alta e dobbiamo distinguere la reputazione delle singole persone che fanno parte del mondo del calcio dalla reputazione del calcio nei confronti degli altri sport e, quindi, dobbiamo aumentare, qualificare la nostra reputazione, capire come comunicare diversamente i valori del calcio. E consentitemi, e qui faccio un intervento da Presidente della Lega Nazionale Dilettanti, come è doveroso anche che sia e perché lo sono orgogliosamente in questo momento: dobbiamo ricordare che il calcio non è un’industria, ma è un grande fenomeno sociale che determina effetti economici importanti. Sta cambiando il rapporto tra politica e sport e noi dobbiamo attrezzarci perché pur essendo tutti prima cittadini e poi dirigenti sportivi abbiamo il sacro valore dell’autonomia dello sport e del calcio. Sta cambiando la dimensione collegata ai mercati nazionali e internazionali con una forte spinta verso i mercati internazionali e con una sempre maggiore riduzione dello spazio nazionale. Sta cambiando il livello di rapporto tra i grandi club e il territorio. Il territorio è un presidio per il calcio perché il calcio è grande nel nostro paese non soltanto per i grandi risultati che abbiamo fatto ma perché è presente in tutte e quante le comunità. Sta cambiando anche la dimensione di valorizzare i giovani perché l’obbligo dei giovani non è possibile nei club professionisti ma noi, caro avvocato Calcagno, abbiamo avuto in eccellenza e in promozione degli scioperi da parte dei calciatori in relazione al fatto che abbiamo messo l’obbligo di tre giovani“.

