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Genoa | La storia di mister Francomacaro, dal “protocollo Honest” alla contaminazione col basket – VIDEO

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Il settore giovanile del Genoa si conferma una realtà spesso sottovalutata, dove lavorano da decenni figure che hanno scritto pagine importanti nella crescita di giocatori che spesso il club lo hanno lasciato, non più tardi di poche ore fa, ma che confermano il buon lavoro fatto da staff e tecnici. Alcuni giorni fa abbiamo avuto modo di intervistare Cristiano Francomacaro, che dal 1994, con qualche anno di stop, ha coltivato un percorso pressoché trentennale con le giovanili del Genoa. Ci siamo fatti raccontare la storia del tecnico del Genoa Under 14.

“La mia storia inizia nel 1994, quando ho conseguito il patentino di istruttore giovani calciatori e grazie a Walter Procopio, che all’epoca era il Presidente della scuola calcio, che aveva ripristinato grazie ad una una scuola calcio, ad un’attività fatta a Santa Margherita per l’Inter. Era stato chiamato da Claudio Maselli e da Sogliano, il papà di Sean, il direttore attuale del Verona. Era stata rimessa in piedi un’attività che il Genoa aveva abbandonata, per virgolette. Parliamo di una scuola calcio che era a pagamento, quindi con dinamiche molto particolari.

Grazie ad un colloquio a Pegli, fra l’altro dalla pasticceria Peretti, perché Walter Procopio si occupava di ristorazione,mi è stata data questa possibilità. In realtà il primo anno non ero ancora munito di patentino, poi dall’anno successivo sì. Qui nel 1994, dopo questo colloquio, ho fatto un passaggio con Claudio Maselli e mi è stata data questa opportunità. Era una cosa che avevo in testa.

Io ho utilizzato il calcio giocato come mezzo per arrivare a fare l’allenatore, nel senso che da bambino ho sempre avuto questa idea. Quando eravamo piccoli e c’erano i tornei, io nella squadra di calcio dove sono stato mi sono sempre occupato di posizionamenti di giocatori. A differenza di altri che volevano fare i calciatori, io volevo fare l’allenatore fin da quando giocavamo, quindi appena c’è stata questa opportunità l’ho colta al volo.

Erano tempi molto difficili, nel senso che il Genoa era collocato nell’ex area Lofaro a Bolzaneto, nel campo della Bolzanetese, e utilizzavamo un po’ il campo a undici, ma soprattutto il campo a sette. In quell’epoca lì sono andato con la leva ’84 ed è lì che ho conosciuto Sidio Corradi, con il quale poi abbiamo avuto un rapporto molto lungo di sette anni. Siamo stati sette o otto anni insieme. Sidio era già una figura iconica all’epoca: mi ricordo il primo allenamento quando sono arrivato a Bolzaneto, l’ho conosciuto e mi sembrava veramente di aver visto una figura mitologica. E da lì siamo partiti e abbiamo costruito un rapporto che è durato fino all’estate scorsa, quando poi Sidio purtroppo è mancato, sconfitto da una malattia molto pesante. Questo è l’inizio di tutto.

Ricordo che Maselli al primo allenamento buttò il pallone in campo e disse: “Vabbè, fate un po’ vedere quello che sapete fare“. Con Sidio ci siamo guardati e ci siamo detti: “Come facciamo a starci?”. Lui ci disse: “Non mi interessa, dovete essere talmente bravi da riuscire ad organizzare un allenamento ben fatto anche in uno spazio ridotto“. Quella è stata una frase che mi ha accompagnato per un lungo tempo, ossia utilizzare qualsiasi tipo di spazio per produrre qualcosa che possa essere utile.

La figura di Sidio Corradi e quella di Maselli sono centrali nel tuo inizio nel settore giovanile, arrivato a trent’anni di attività con una storia di calciatori, di giovani calciatori che sono cresciuti, che sono passati anche dalla tua guida tecnica. E io non voglio dimenticarmi anche di un’altra parentesi, quella con il Genoa Women, dove tu hai allenato qualche anno. sulla parte tattica hai sicuramente grande interesse, ma sulla parte atletica anche. È così?

“Sì, sì, è così. Nel senso che sono una figura, un po’ un trait union per l’esperienza che ho potuto sviluppare, soprattutto grazie al Genoa. Mi sono occupato sempre di preparazione atletica e poi ho fatto anche allenatore. Quindi la mia figura è una figura che è cresciuta professionalmente all’interno del Genoa, che mi ha dato possibilità di sperimentare. Poi l’ho fatto anche col mondo dei Dilettanti, perché quando si inizia un percorso professionale – lo dico sempre anche ai tanti colleghi più giovani che arrivano – non si può pensare di limitarsi a lavorare due ore, tre ore durante la giornata, ma bisogna avere un range di sperimentazione molto ampio. Quindi facendo molte più ore si impara molto di più e si costruisce un metodo: è quello che fa la differenza.

Va tenuto presente che nel Genoa abbiamo avuto il professor Capanna, che è un luminare della metodologia, un rivoluzionario. Il Martin Lutero della preparazione atletica, che ci ha dato una chiave di lettura delle cose, del movimento e di quello che voleva dire preparare atleticamente un giocatore di calcio per uno sport fatto di situazioni complesse, situazioni che cambiano ininterrottamente durante il gioco e situazioni che non sono mai uguali da un allenamento all’altro, da una partita all’altra. Con lui abbiamo sperimentato la costruzione di due libri con lui e, quindi, abbiamo fatto da “cavie”, ma da “cavie” di campo. È stata un’opportunità molto grande per apprendere e capire bene che cosa significasse il movimento inerente al gioco del calcio. Il Genoa è una scuola di formazione di calciatori, ma anche di allenatori, tenendo presente quanti allenatori hanno iniziato da giovanile e poi sono arrivati in prima squadra”.

Mi piace parlare di un vero e proprio progetto, che è il progetto atletico nato nel 2016 sotto la tua ègida e mi piacerebbe che raccontassi che cosa è stato fin dall’inizio, quali erano gli obiettivi di questo progetto e anche i ragazzi e le ragazze, gli allenatori e le allenatrici che hai avuto modo di seguire, di preparare e di formare grazie a questo Progetto Atletico…

“Progetto Atletico nasce nel 2016 e, devo dire, da un’idea. Quell’estate lì avevo deciso di organizzare ispirato da Magrini, che era l’ideatore del Cervia, una trasmissione, un reality che si occupava di calcio. Lui è stato l’ideatore dell’Equipe Romagna, una figura molto conosciuta anche in ambito nazionale. Da quello avevo deciso d’estate, visto che tanti mi chiedevano la preparazione per la parte estiva, ho detto: “mettiamo su un’organizzazione in modo da radunare tutte queste persone che si vogliono allenare”. Da lì, per un paio di estati, un gruppo importante di giocatori, tra l’altro tanti professionisti e non, si univano sotto questo marchio per eseguire degli allenamenti estivi.  

Da lì alla fine dell’estate, insieme alla mia moglie dell’epoca, Katia Castellana, e Simone Maggi, un giornalista di Genova molto famoso, decidemmo una sera di mangiare a casa mia. Katia sosteneva: “tu fai sempre lavoro per gli altri, dovresti costruirti qualcosa per te”. Da lì è nata questa idea di creare una scuola calcio, una scuola calcio ludica, con l’obiettivo di lavorare in inclusione totale, quindi dando opportunità a chi non l’avesse di ricevere degli allenamenti professionali a un prezzo calmierato e occupandosi di territorialità. È nata questa associazione che si chiamava Progetto Atletico.

Il primo campo che abbiamo preso è stato il campo del Boschetto in Corso Perrone. Iniziammo con cinque bambini e il primo giorno al Boschetto si affacciò da una finestra Honest (Ahanor, ndr), che rimaneva in stanza perché la mamma lavorava e lo chiudeva dentro la stanza per evitare dei furti, perché in questo posto c’erano delle stanze che erano adibite a uso abitativo per le persone che erano in attesa di collocazione, sia italiani sia stranieri. Era un posto molto particolare. Katia, che a quell’epoca era presidente dell’associazione, firmò alcuni fogli con gli assistenti sociali e ci prendemmo in carico la responsabilità di avere Honest tutti i giorni quando si faceva l’allenamento. Da lì siamo partiti. Dopodiché la storia di Honest è storia recente.

All’interno di Progetto Atletico, che era un’associazione legata all’Università Scienze Motorie, noi effettuavamo delle ADE, che sono tirocini formativi per gli studenti di Scienze Motorie. Selezionavamo degli studenti intenzionati a fare questo percorso per poi successivamente ampliare il quantitativo di istruttori. Soprattutto prendemmo un sacco di campi in zone periferiche della città di Genova e ci ritrovammo all’interno di circa 6-7 plessi scolastici tra Cornigliano e Teglia. Alcuni di questi attualmente lavorano nel Genova; penso a Sonia Manfucci, a Matteo Lucotti (vice di mister Criscito in Under 17, ndr), ad Andrea Mercurio, alla stessa Caterina Bargi, centroavanti del Genoa Women, la quale ha fatto tirocini da noi ed è stata istruttrice delle nostre leve.

Oltre alla formazione dei ragazzi c’era anche la possibilità per i ragazzi di Scienze Motorie di essere formati seguendo un metodo di lavoro ben preciso, protocollato, che seguiva delle linee guide diciamo mirate e precise e i risultati poi erano sotto gli occhi di tutti. A parte i numeri che abbiamo sviluppato, alcuni giocatori della leva 2011 della Sampdoria sono nati dalla leva 2011 di Progetto Atletico, per fare un esempio. Poi il Progetto Atletico doveva diventare una costola del Genoa e abbiamo presentato un progetto mirato sulla società per coinvolgere circa 2-3mila ragazzi delle scuole. Ci sono stati un po’ di intoppi e la cosa non è andata a buon fine, però questa idea comunque è rimasta per un po’ di anni, finché Progetto Atletico non ha preso altre forme.

Ai giorni nostri è venuta fuori questa idea di Officina Atletica che è un nome, una presenza onirica, che utilizziamo per fare gli allenamenti estivi. Allenamenti che hanno coinvolto ultimamente negli ultimi 4-5 anni una comitiva composta intanto da Honest, che è sempre stato presente in questo lungo viaggio che l’ha portato ai vertici del calcio anche internazionale, ma coinvolgendo anche Ekhator, Fini, Venturino, Carbone e anche molti altri. Dall’estate scorsa questi quattro addirittura hanno esordito nella Nazionale maggiore. Noi diciamo sempre che non è un caso. Noi portiamo avanti un discorso culturale e anche un discorso socializzante, il fatto che i ragazzi imparino a usare l’estate come passaggio per migliorare alcuni aspetti che poi serviranno durante l’anno e, soprattutto, il fatto che i giovani abbiano la cultura e l’idea che lo sport in generale può diventare uno stile di vita.

Come sportivo non posso pensare di allenarmi due ore al giorno, quindi il calciatore da questo punto di vista è un po’ meno atleta rispetto ad altri sport come la pallacanestro dove si sono fatti tantissimi doppi allenamenti. La parte estiva è una parte che, non avendo gare, ti permette di sviluppare bene una certa tematica”.

Andiamo più a fondo su Officina Atletica…

“Officina Atletica è, come dicevo prima, un’entità onirica, nel senso che è qualcosa che raduna e dà l’opportunità ai ragazzi di sviluppare un’idea, quella di allenarsi tanto e di sfruttare le ore che ci sono durante la giornata. Quindi non limitando la figura del calciatore a un atleta che si allena per un numero di ore molto limitato.

Io sono dell’idea che si possano inserire tanti doppi allenamenti, che si possano curare i particolari, un po’ come uno scultore o un pittore che crea qualcosa, una scultura, una statua, lavorandoci più e più volte. Ecco, io penso che il calciatore debba cominciare a pensare di essere un atleta a 360 gradi. Poi c’è anche l’idea di inserire altri sport all’interno del percorso di formazione dei ragazzi che giocano a calcio.

Con Honest siete legati da un rapporto che va oltre il calcio, giusto?

“Sì. È un rapporto che è iniziato tanto tempo fa e poi è proseguito. Io lo considero a tutti gli effetti come se fosse un figlio. Lui ha un fratello, che è l’altro mio figlio, Leandro, che ha giocato anche da noi, nel Genoa, e anche lui ha fatto Progetto Atletico. Honest è assolutamente una persona che considero di famiglia, a tutti gli effetti.

Ho visto tutti i passi della sua crescita? A un certo punto, con la società, si parlava del cosiddetto “protocollo Honest”, un’idea che poi quest’anno è stata sviluppata perché quest’anno in società ci sono stati appuntamenti quotidiani basati su allenamenti individuali, mirati, a piccoli gruppi, che vengono svolti nel campo a fianco della Badia.

C’è anche un lavoro di formazione all’interno della palestra. Ogni tanto viene utilizzata anche la palestra del Pio, in base alle esigenze della prima squadra. Quest’anno abbiamo utilizzato anche la palestra del campo di Pra’. In altre parole, ci sono due percorsi: uno tecnico e uno dedicato allo sviluppo fisico e alla propedeutica rivolta a quelli che possono essere lavori di forza con le macchine di muscolazione. Questo nasce proprio da quell’idea che con Honest abbiamo portato avanti e che, ad onor del vero, all’inizio non era vista proprio di buon occhio. Poi, però, siamo riusciti a far capire che era un’integrazione del lavoro svolto all’interno della squadra.

È un lavoro che si mescola anche con tanti princìpi della pallacanestro: alcuni movimenti legati alla velocità dei piedi, ai movimenti di smarcamento propri dei giocatori di basket. Con pazienza abbiamo dimostrato che è un percorso molto importante per la consapevolezza e per la crescita individuale dell’atleta. Perché questo tipo di lavoro ti dà una maggiore conoscenza del tuo corpo. Non dimentichiamoci che siamo all’interno di uno sport atipico, uno sport situazionale al cento per cento, dove le cose cambiano repentinamente”. 

Ti dico una data, o meglio una partita, perché a memoria non la ricordo: Genoa-Juventus a porte chiuse. Già c’era, in settimana, il sentore che Honest Ahanor potesse esordire. Io ricordo che, comunque, in uno stadio vuoto, perché c’era la squalifica del campo, c’erano un po’ di situazioni che forse potevano sembrare togliessero pressione. In realtà si è trovato subito a dover fronteggiare avversari di un certo livello, come Danilo e Nico González, che giocava sulla corsia di destra della Juventus. Qual è stata la tua emozione quando hai letto quella formazione?

“Non c’era stupore. La nostra comitiva era composta da mio figlio Leandro, dalla mia ex moglie Katia, la mamma di Honest e dal compagno della mamma di Honest. Quindi abbiamo vissuto tutto in realtà con molta tranquillità. Quando ci siamo sentiti prima della partita, l’idea che abbiamo sviluppato è stata quella di dirgli: “Guarda, tu pensa di essere in via Ungaretti. Tanto il campo è vuoto. Cambia un po’ il panorama: invece degli alberi hai l’ingresso principale dello stadio”.

Parlavi di “protocollo Honest”. Andando indietro negli anni, raccogliendo anche tanti racconti in questi anni in cui abbiamo seguito il settore giovanile, lui è stato un ragazzo che, da molto giovane — ricordiamolo, è un classe 2008 e ha esordito in Serie A a 16 anni — ha saputo limare un aspetto che secondo me hanno tanti giovani: quello di non accettare l’errore durante la partita e di cercare di rimediare subito. Quando, invece, a volte i tempi di gioco, i tempi di una partita, i meccanismi e i movimenti di una linea difensiva richiedono di ragionare un pizzico di più. Penso che questo possa essere un modello anche per altri ragazzi che si affacciano al calcio di oggi e, forse, ci ricorda ancora una volta che con i ragazzi, soprattutto molto giovani ma dotati di qualità tecniche evidenti, bisogna avere anche un pizzico di pazienza, aspettarli e lasciargli anche la possibilità di sbagliare… 

“Io credo che questo derivi dal principio dell’aspetto ludico. Il calcio è uno sport di strada e noi dobbiamo traslare questo aspetto della strada all’interno del campo di calcio. Poi, ovviamente, c’è un’organizzazione di gioco, ma di base il calcio è un gioco molto semplice, è un gioco di facile sviluppo. Si può giocare ovunque, anche in spazi molto limitati.

Secondo me, quello che fa la differenza è proprio quello che è stato sviluppato in questo percorso. Quando ci dicevano: “Ma perché non andate al mare? Perché continuate ad andare sul campo di calcio?”. Noi andavamo sul campo tanto perché lavoravamo su alcuni aspetti per migliorare alcune cose, ma soprattutto perché era un modo di stare bene anche con noi stessi. Era una zona protetta. All’interno del campo di calcio eravamo in protezione totale. Era il posto migliore dove potessimo stare in quel momento.

Quello che fa la differenza per lui è la gestione dell’errore, proprio come succede in piazzetta. In piazzetta gli errori si susseguono, ma non hai tempo per pensarci perché devi già pensare alla palla successiva, all’azione successiva. In piazzetta si gioca senza limiti di età. Secondo me dobbiamo prendere questo modello e traslarlo nel calcio di oggi.

Adesso il Paris Saint-Germain, che è una società molto importante a livello europeo, sta addirittura sviluppando una linea streetwear basata proprio sullo street, su tutto ciò che nasce dalla periferia e dalle banlieue, unendo anche la parte musicale, i rapper di quegli stessi quartieri e il gioco del calcio. Se pensiamo che Michael Jordan è sponsor della linea di abbigliamento del Paris Saint-Germain, secondo me noi, in questa città, possiamo arrivare molto prima di tanti altri a certe situazioni.

Lo dico in maniera un po’ presuntuosa, ma probabilmente ci siamo arrivati prima di tanti. Abbiamo portato avanti questo tipo di idea, nella quale crediamo molto. Lui diventa un po’ il simbolo di quello che può essere il gioco del calcio legato a un aspetto socializzante. Poi, alle volte ci si riesce e alle volte un po’ meno, però credo che sia una linea che si possa seguire assolutamente”.

Parliamo di un altro aspetto che mi incuriosisce molto e di cui noi abbiamo già avuto modo di parlare in altre interviste, cioè la contaminazione tra gli sport. Abbiamo parlato tanto di te come allenatore di calcio, ma tu alleni anche a livello di pallacanestro e fai contaminare spesso il calcio con il basket

“Sì. In una delle tante occasioni in cui l’innamoramento con il Genoa ha avuto qualche momento di crisi — perché io lo ritengo un innamoramento, un fidanzamento storico, una storia d’amore di un certo tipo, e come tutti i fidanzamenti con la propria città ci sono anche dei momenti di crisi — tramite una conoscenza che avevamo in comune con la presidente della società di basket mi è stato proposto di fare questa esperienza.

L’ho accettata immediatamente, nonostante fosse un mondo che conoscevo marginalmente, soltanto da tifoso. Devo dire la verità: per me ha rappresentato una svolta anche dal punto di vista mentale. Sono entrato in un mondo che conoscevo poco. Ho trovato grandissima professionalità, allenatori molto competenti, con grandi conoscenze, addirittura, secondo me, in alcuni casi superiori alle nostre, con un’ampiezza di competenze incredibile sotto tutti i punti di vista.

Questo mi ha permesso di fare delle proposte a loro e poi di traslarle anche all’interno della metodologia degli allenamenti nel calcio. Addirittura, nel corso che ho fatto a Coverciano, tutte queste nuove influenze sono state presentate. È stata una cosa molto interessante. Ci sono tantissime similitudini con il gioco del calcio.

Secondo me si può traslare veramente tantissimo, soprattutto per quanto riguarda la stabilità del corpo, la velocità delle esecuzioni dei piedi, gli smarcamenti e le rotazioni di smarcamento. Poi loro fanno tantissimi schemi, quindi hanno conoscenze dal punto di vista tattico veramente molto sviluppate.

È uno sport che può inserirsi perfettamente nel calcio, perché ha dei principi che derivano anche dal calcio a cinque. Sono davvero entrato in un mondo che mi ha appassionato tantissimo e con il quale sono sempre in collegamento. Basketball Pegli è una società con numeri davvero importanti, sia nel settore femminile sia in quello maschile. È una società da prendere come esempio.

Chissà…il mio sogno sarebbe che un giorno il Genoa diventasse una polisportiva. Perché no? Come il Real Madrid, il Barcellona o la Stella Rossa di Belgrado. Immagino la maglia da basket del Genoa con un Grifone gigantesco. Sarebbe veramente qualcosa di straordinario. Una sezione pallacanestro, una sezione calcio a cinque, una sezione di atletica leggera. Chi lo sa…”

Ti volevo chiedere un’ultima cosa. Quest’anno hai allenato l’Under 14, che è una leva importante perché rappresenta lo spartiacque tra l’attività di base e quella agonistica. Le tattiche e gli schemi del basket li utilizzi già anche lì?

“Sì. Quest’anno abbiamo sperimentato molto su alcuni movimenti di smarcamento dei centrocampisti e degli attaccanti. Abbiamo inserito rotazioni che arrivano dalla pallacanestro e hanno funzionato.

Per esempio, in una serie di lavori dedicati ai piedi, per migliorare la propulsione, la frequenza del passo e gli appoggi, utilizziamo esercizi che arrivano direttamente dalla pallacanestro. Anche sulle rimesse laterali molti movimenti di smarcamento derivano dalle rimesse in gioco del basket. È una bella novità.

Non dico che siamo gli unici, perché a livello italiano ci sono già club che hanno tecnici provenienti da altri sport e credo che anche a livello federale ci sia stata un’apertura verso questi scambi. Però non è ancora una consuetudine.

Sapere che esiste la volontà di percorrere questa strada, secondo me, non è una cosa banale e non conviene neppure banalizzarla. All’inizio questa idea era vista anche con un po’ di ironia. Oggi, invece, credo che i segnali siano molto diversi”.

Quanto ti e vi gratifica come staff il fatto di essere tra le sei migliori squadre in Italia. Lo anticipi: con l’Under 14 non eravate in un girone facile perché c’era un Empoli che ha fatto un campionato a sé e avete tenuto testa la Fiorentina che è un settore giovanile di tutto rispetto…

“Siamo contenti. È un passaggio un po’ particolare perché si arriva dall’attività di base, che è un contesto molto “protetto”, è molto più ludico ed è normale che ci siano delle dinamiche che cambiano repentinamente su tutti i punti di vista. Ecco, è un’annata molto delicata ed è molto difficile gestire quella situazione lì, però abbiamo cercato di farlo nel miglior modo possibile.

Dal punto di vista tecnico ci sono stati dei risultati anche molto importanti, il piazzamento è un piazzamento importante, quindi fa un po’ da trait union tra quello che si “produce” sotto e quello che poi viene sviluppato sopra, dove diventa un viaggio più tendenzialmente l’asticella si alza molto di più perché comunque c’è tanta competizione anche nelle altre società. Anche gli altri lavorano bene e ragazzi che dimostrano qualità ci sono anche nell’altra squadra. Ci siamo confrontati con il Milan e poi in tornei internazionali, dove abbiamo avuto possibilità di confrontarci con realtà come lo Stoccarda o il Miami degli Stati Uniti. Insomma, ci sono tanti riscontri positivi, sapendo che è un momento un po’ particolare perché è un po’ come a scuola quando si passa dalle medie alle superiori: ci sono dei cambiamenti radicali e certe dinamiche cambiano, però come staff siamo contenti. E penso anche il club”.

In Italia ci sono regioni dove i settori giovanili stanno crescendo tantissimo accompagnati da una presenza di strutture spesso adibite e dedicate proprio ai settori giovanili. Il Genoa però continua a restare in competizione aperta e spesso a fare anche meglio di questi settori giovanili, che non significa che non bisogna investire, però con un territorio che ha le sue difficoltà logistiche – penso anche numeriche nel trovare ragazzi liguri genovesi con determinate qualità – tiene testa. A te che sei un veterano del settore giovanile: dove sta il segreto?

“Intanto la cosa interessante è che quest’anno c’è un cambiamento di direzione, ci sono due ragazzi giovani che stanno cercando di dare un taglio aziendale, con delle dinamiche, delle idee, dei lavori anche settimanali per quanto riguarda gli allenatori e la formazione individuale.

Secondo me hanno fatto tesoro – e qua sta la parte che mi è piaciuta molto – di tutto quello che c’era prima, del ventennale della gestione di Michele Sbravati, e prendendo da quello poi hanno valutato, osservato, si sono inseriti bene nell’ambito cittadino. Qua il calcio la città lo vive tutto il giorno e in questo momento può produrre profili interessanti perché è una città che ormai è diventata a stampo multietnico, ma veramente in maniera importante. Noi dobbiamo avere l’abilità di andare a cercare, soprattutto per quanto riguarda le attività di base, questi profili. Qua in mezzo alla città ci sono tantissimi campetti e ci sono tante realtà dove noi possiamo attingere, riuscire a prendere il fiore che sboccia dal terreno e innaffiarlo adeguatamente. Io sono convinto che ci possono essere tantissimi Honest, Jeff, Seydou, Venturino, Carbone, Grossi, Leo Consiglio.

Parlo di questi perché sono quegli ragazzi con i quali abbiamo vinto lo scudetto due anni fa, quindi sono sicuro che ci sono. Bisogna avere la capacità di andare a prendere – perché ne abbiamo la necessità e io so che c’è – e poter avere un’area con due campi attaccati. Io sono sicuro che c’è e che arriverà e secondo me sarà il nostro salto di qualità maggiore. Per il resto abbiamo sempre avuto in questi anni la capacità di adattamento, la carenza di logistica, di strutture, il fatto di essere sparsi per la città macchia di leopardo, ma siamo sempre riusciti anche dal punto di vista sportivo a produrre giocatori interessanti per la squadra e poi a portare dei risultati.

Sicuramente in Emilia Romagna c’è un movimento in grandissima espansione. Cesena, Bologna, Parma, anche lo stesso a Modena, sono realtà estremamente competitive perché hanno delle aree a disposizione che permettono di concentrare tutte le squadre in un posto solo, sia per il maschile che per il femminile. L’obiettivo principale deve essere migliorare il nostro mood e quindi diventare sempre di più una società a livello internazionale, a livello europeo, essere pronti a interagire con realtà completamente diverse, affinare sempre di più un metodo di lavoro.

È quello che sicuramente faremo, lo abbiamo già iniziato a fare quest’anno, e la volta in cui riusciamo ad avere tre campi attaccati, secondo me facciamo un salto di qualità gigantesco in avanti, perché le capacità umane, le risorse umane ci sono ampiamente. C’è una forza lavoro all’interno di questa società straordinaria, ci sono stati tanti cambiamenti e, nonostante la genovesità che ci rende sempre poco avvezzi al cambiamento, ci siamo già indirizzati su un bel binario. Io sono sicuro che riusciremo a fare delle cose interessanti.

Come diceva un certo Bruno Mainetto, se il lampadario fa luce negli angoli, vuol dire che fa luce in tutta la casa. Ovviamente siamo dipendenti molto dalla prima squadra, quindi in base alle performance della prima squadra poi tutto quello sotto viene irradiato, ma credo che anche lì abbiamo una struttura abbastanza consolidata. A volte i risultati sportivi a volte vengono determinati dagli episodi che noi non possiamo controllare. Sotto la prima squadra, le giovanili devono avere un cammino che è un po’ a parte, un po’ a sé, ma io credo che ci siano le condizioni per fare le cose fatte bene. Noi non dobbiamo mai dimenticare lo spirito che ha contraddistinto questo club dalla nascita fino all’arrivo dei giorni nostri, che è una linea interdisciplinare: il nome era Genoa Cricket and Athletic Club, in una linea di condivisione, di legame col territorio molto profonda. Non dobbiamo dimenticare da dove siamo partiti, quello che siamo, e qual è la forza che riceviamo dal territorio, quindi sono convinto che possiamo avere un futuro molto interessante”.


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