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Mario Tullo e gli ultras: dal pensiero Salvini allo spostamento di Genoa-Milan – VIDEO

Mario Tullo, cresciuto a San Teodoro dove era impossibile non crescere genoani, è nel mondo della politica da oltre quarant’anni, dal 1975. Gli scontri di via Fereggiano del maggio 1989 rappresentano per lui un crocevia importante nell’avviare un rapporto di dialogo con gli ultras di entrambe le formazioni genovesi, Genoa e Sampdoria. Ma questa storia la affronteremo domani, nel dettaglio, arrivando a mettere nel nostro mosaico e nella nostra intervista un passaggio fondamentale per capire meglio come poter affrontare la tematica sul mondo ultrà. Oggi partiamo col proporre, con sole 24 ore di ritardo rispetto alla scellerata decisione di anticipare alle ore 15 di lunedì la sfida tra Genoa e Milan, il parere dell’ex consigliere e assessore comunale, nonché parlamentare dal 2008 al 2018.

“Si parla di una situazione, quella successiva agli scontri di Inter-Napoli e legata alla violenza dentro e soprattutto fuori dagli stadi, che ha un impatto economico e mediatico, e proprio per questo il ministro Salvini dovrebbe meditare un po’ di più sulle risposte da dare. A repentaglio, fuori dagli stadi, c’è anche la sicurezza delle persone. 

Quando il ministro Salvini dice che vuole gli stadi aperti, gli dico che non mi sconvolge questo fatto. Se la sola azione che si conosce diventa quella repressiva, diventa però un’azione fallimentare. Negli anni non ha dato le risposte che ci si attendeva. Bisogna essere molto netti: so anch’io che c’è un confine molto labile tra il sarcasmo dello stadio e l’essere o non essere razzista. Non posso credere che un’intera curva pensa quello che dice sul Vesuvio, mentre se c’è un giocatore di colore che dall’inizio della partita, ogni pallone toccato, viene giù lo stadio, la partita si ferma. Ci sono valori su cui non si discute. E dire “chi paga, sbaglia” sono gli ultras stessi a dirlo: è un’affermazione talmente banale…”.

“Io mi sento schiacciato da questa filosofia degli stadi aperti, ma purché siano sicuri. Stadi sicuri vuol dire dialogo, ma dialogo per davvero. Come facemmo a Genova negli anni Novanta: dialogo e riconoscimento con in cambio una partecipazione al processo di sicurezza. E allora sarei per la restituzione dei tamburi, delle trombe da stadio, dei cavi d’acciaio per fare tenere ancora meglio le coreografie. Sarei un po’ più elastico lì, meno su altri aspetti. Se dobbiamo avere stadi moderni, non ricondurrei poi il loro cattivo stato agli ultrà. Non vanno là per distruggerlo. L’unica volta che è volata qualche piastrella dei bagni del Ferraris è stato proprio Genoa-Milan quando morì Claudio Spagnolo. Se non c’era quella ferma protesta degli ultrà del Genoa si sarebbe giocato il secondo tempo. In quei minuti concitati c’era più chi si preoccupava di un 3-0 a tavolino che non di fermarsi. Quel giorno mi sentì particolarmente coinvolto. E anche i tifosi sampdoriano erano sconvolti, abbandonarono lo stadio di Padova nell’intervallo. La settimana dopo convocammo a Genova tutti gli ultras d’Italia.


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“Salvini si potrebbe fare consigliare da chi lo ha preceduto, l’ex ministro Maroni, col quale ebbi un testa a testa, poi vinto, per quel derby che si voleva far giocare alle 12,30 in piena fiera di Sant’Agata. Quello non era un problema di rapporti buoni o cattivi tra gruppi ultrà. C’era un problema legato al fatto che per andare allo stadio si doveva passare in mezzo alla Fiera. Il buonsenso avrebbe dovuto portare a dire: fermiamoci un attimo e ragioniamo. Genoa-Milan volevano farlo disputare per la prima volta dopo tanti anni coi milanisti che tornavano al Ferraris. Si giocò a porte chiuse, prevalse il buonsenso. Le successive gare si giocò senza incidenti, più di notte che di giorno.

Se adesso il ministro vuole dare un segnale alle televisioni che spadroneggiano e fare il populista, sto con lui: ma allora dice a Sky che si gioca domenica alle 15. Se invece fai giocare lunedì alle ore 15 fai incazzare tutti quelli che sono abbonati e hanno comprato il biglietto, tutti coloro che lavorano, facendo dire loro “basta” al calcio giocato a qualsiasi ora, in un giorno lavorativo. Se poi lo si vuole fare giocare nel pomeriggio, anche alle 17 o alle 18, inviterei a maggior ragione il ministro a riflettere un attimo. Visto che siamo a gennaio e fa buio presto, credo che le forze dell’ordine sarebbero facilitate nel controllare i territori intorno allo stadio se avvenisse fuori dalle ore di punta. A quel punto che si lasci la partita alle ore 21, condizione migliore per tutti”.


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