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Arbitri

(Foto TanoPress)

Alla fine di giugno scorso, dopo l’elezione di Trentalange a Presidente degli arbitri, ci fu una rivoluzione da parte del neo insediato. La prima mossa fu liberarsi di Rizzoli, una figura di forte personalità e per 4 anni designatore Can (Commissione arbitri Serie A), e inserire uomini proprio per mantenere più di una promessa elettorale durante la battaglia con l’ex Presidente Nicchi. Come designatore della Can A e B è stato scelto Gianluca Rocchi, ex arbitro internazionale di Firenze. Rizzoli attualmente dirige, seleziona, designa gli arbitri ucraini.

Il mondo arbitrale è molto più complesso di quanto al di fuori delle partite di campionato si possa pensare.

Rocchi, facendo già parte dello staff di Rizzoli come uomo per spiegare il VAR ad arbitri e società, aveva già visto che la riunificazione tra Can A e B avrebbe lasciato dubbi nella stagione 2019/2020 per  la mancanza di una qualità minima in alcuni arbitri per dirigere in Serie A. E lo stesso Rocchi, appena insediatosi, conoscendo i pregi e i difetti dei direttori di gara a disposizione fu chiaro: “stiamo lavorando per far crescere la nuova categoria arbitrale in Serie A”.

Le sue colpe, e quelle del Presidente Trentalange, sono minime. La decisione di dividere A e B nelle designazioni nel 2010 da parte di Nicchi e Collina, Presidente e designatore Can A, non ha creato arbitri, solo raccomandati.

Dopo 7 mesi di campionato, che continuano ad essere intrisi di politica interna all’AIA, stanno creando dubbi sull’obiettivo di creare una nouvelle categoria di giovani arbitri e Rocchi, subito per tutelarsi e proteggerli, ha subito tuonato lunedì scorso: sono orgoglioso di voi”.

Dello stesso parere non sono dirigenti, allenatori, calciatori che si giocheranno qualcosa nelle ultime 14 giornate di campionato. Nel passato gli arbitri venivano giudicati in tutte le categorie in base a criteri fondamentali che l’AIA riassumeva in una sigla: F.E.A.T. (Fisico, Estetico, Atletico, Tattico).

Il fisico c’è in quasi tutti gli arbitri in campo, danno fastidio quelle designazioni tra arbitri e assistenti come una articolo IL: uno alto e uno basso. In Serie A una volta per fare l’arbitro e l’assistente bisognava anche avere un’altezza, adesso come nei vigili urbani è sparita.

L’aspetto atletico c’è in tutti i direttori di gara – e ci mancherebbe altro – e per la maggior parte l’occupazione principale è correre, allenarsi e arbitrare.

È una professione nella quale i più titolati tra direzione, quarto uomo e VAR vengono retribuiti con più di 80.000 euro all’anno: 3.800 euro a gara, 1.500 al Var, 500 euro da quarto uomo. Compensi che si riferiscono al 2020. I compensi sono lordi e bisogna aggiungervi i rimborsi spese legati al viaggio e all’alloggio.

Tatticamente, in alcuni casi, il difetto è di utilizzare uno spostamento non adeguato alle necessità del gioco. Gli arbitri entrano poco nelle aree di rigore quando il gioco lo richiede, non si posizionano correttamente nelle varie riprese di gioco e, pur essendo vicini all’azione,  non riescono ad individuare interventi scorretti. Qualcuno fa fatica ad intuire lo sviluppo del giuoco, cioè anticiparlo. Una volta raccomandavano la diagonale lunga e non di stare dietro la linea del pallone. Le più grandi pecche vengono però riscontrate nell’applicazione della regola 12: Falli e Scorrettezze.

Nel distinguere i falli dai contrasti regolari, nel punire in modo adeguato i falli da tergo, nella disparità di giudizio tra i falli commessi in area di rigore e fuori. È sempre l’uniformità di giudizio che varia di gara in gara (e anche nell’arco della stessa) a creare dubbi, mentre sono sono la  conoscenza delle regole e la relativa applicazione in modo non uniforme a dare fastidio.

Per quanto riguarda falli di mano e fuorigioco, ormai si affidano al VAR, anche se il protocollo della tecnologia è chiaro: “sarà sempre l’arbitro a prendere la decisione finale, solo se sbaglierà sarà cambiata dal VAR che tramite le immagini di TV dimostrerà il chiaro errore“.

L’altro punto dolente è sul criterio fondamentale disciplinare che può inficiare un risultato utilizzando non al meglio il richiamo, che può essere volante con il pallone in gioco, solenne con azione ferma, spesso con ammonizioni notarili, non incisive, poco congrue e non uniformi. I calciatori sono consapevoli di essere tollerati quando sono già ammoniti e il doppio giallo difficilmente viene mostrat, a meno che non sia un fallo evidente di condotta violenta o grave fallo di gioco.

Anche il lavoro degli assistenti aveva dei criteri fondamentali per giudicarlo, ma con l’avvento della tecnologia (come sul gol-no gol e sul fuorigioco millimetrico) hanno poco da segnalare. L’unica operazione giusta resta la segnalazione dell’uscita del pallone dalle linee laterali e di chi ne deve usufruire in battuta.

Peccato: una volta l’accordo con gli assistenti avveniva attraverso segnali con la bandierina e utilizzo delle mani. Si aiutavano i direttori di gara nel decidere se un fallo era avvenuto dentro o fuori dell’area, se era gol o non gol con bandierina bassa a destra o a sinistra, con le mani  sulle parti basse se era calcio di rigore.

Malinconie di vecchi arbitraggi, ma anche consapevolezza del fatto che con la tecnologia a disposizione, più auricolari, consultandola su tutto il terreno di gioco e non solo dentro l’area di rigore, si dovrebbe sbagliare meno. Anzi nulla. Invece ogni gara innesca una polemica, alimentata il giorno dopo dai giornali sportivi e politici di parte, divisi nel giudicare tra Nord e Sud.

Andare davanti al monitor del VAR può ledere il giudizio della categoria, l’accusa di assenza di personalità. Non andarci, però, lascia solo polemiche.

Un’altra domanda che bisogna porsi è perché i dati intorno all’utilizzo del VAR siano quasi nulli nelle competizioni Europee. Sono più forti gli arbitri oppure UEFA e FIFA hanno “spento” il VAR perché il pallone che rotola deve fare spettacolo e le polemiche non lo colorano meglio della tecnologia?

Nelle prossime 14 gare di campionato, vista la classifica sempre più difficile,  Buonarbitraggioatutti e che il destino di ogni squadra sia deciso dai calciatori protagonisti e non da un Regolamento del gioco calcio non applicato in modo uniforme.

Da Rocchi, come promesso e annunciato, ci aspettiamo dallo scorso luglio che venga ascoltato o reso noto il dialogo tra arbitro e VAR.

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