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Ballardismo

Ballardini al capezzale del Vecchio Balordo per la terza volta dai primi di novembre 2017 era l’unica persona convinta di “girare” la frittata rossoblu, reduce da 8 sconfitte, 3 pareggi e una sola vittoria. Anche Preziosi ne era convinto e alla fine è stato gratificato non con un buono ma  con un ottimo lavoro.

Il “ballardismo” è riuscito a costruire da subito una via apparsa più sicura, instaurando una speranza in tempi difficili, dando fiducia alla gente che lavorava. Non solo sul campo ma anche sugli spalti. Ha  fatto subito capire alla squadra di non avere mezzi limitati, ma che bisognava utilizzarli bene, meglio e tutti insieme hanno incominciato a lottare contro qualcosa che potesse essere più grande. I punti sono stati costruiti  su basi che non  potevano essere limitate, bisognava solamente impiantare  fiducia dove non c’era, rendendo semplice  ciò  che era tremolante, trasmettendo valori semplici ma non negoziabili. Senza mezzi termini Ballardini ha fatto capire che la salvezza non poteva passare  da un calcio innovativo o spettacolare.

Un centro di gravità permanente quello del tecnico ravvenate, perché non ha permesso che si insinuassero dubbi né sull’idea di gioco né sul valore dei calciatori continuando con lo stesso modulo,  lo stesso atteggiamento fino a due o tre giornate fa di campionato. Prima consentendo ai “veterani” di esprimersi al meglio nei propri ruoli, a seguire consentendo agli ultimi arrivati quel minimo di ambientamento che è necessario per tutti nel campionato italiano. Che Ballardini avesse trovato la formula magica per mandare in tilt  le squadre avversarie era risaputo solamente da lui e il suo staff Regno e Melandri. Semplice la strategia: da una parte c’è chi punta sul dominio del pallone, dall’altra parte chi mira al controllo degli spazi.

Fuori gli eufemismi: da una  parte c’è chi attacca con velocità e spera nella  tecnica con schemi complessi e superiorità noiosa, dall’altra c’è chi si barrica in difesa e prova – come e quando può – a colpire in contropiede. Il Genoa di Ballardini è sempre stato dall’altra parte, strategia giusta rispetto a tutte le squadre che adesso sono alle spalle che viaggiavano nei bassifondi della classifica con il Grifo che hanno ricercato ricette strizzando l’occhio a mode tattiche senza averne i mezzi. Il Genoa di Ballardini non hai mai scelto di  attaccare e lanciare una specie di OPA cercando di affermare una superiorità anche se non assoluta. Ha basculato tra gli spazi, non concedendoli a nessuno;  i Grifoni si sono sfiancati fino all’ultimo minuto di recupero di ogni gara  evitando che il gap anche con quelle della parte sinistra della classifica  si trasformasse in risultati negativi.

Per salvarsi con 41 punti a 4 giornate dal termine del campionato si è dovuto fare tutto al massimo, come una personificazione dell’intensità “ballardiniana” applicata quotidianamente non solo al calcio ma anche alla  vita. Ultimamente le strategie sono cambiate, continuando a giocare solamente con un attaccante poco presente nella classifica cannonieri. Il Genoa arriva con tanti  giocatori nell’area avversaria, più  spesso  sfruttando le caratteristiche dei centrocampisti o trequartisti ultimi arrivati. Il Genoa è stato quasi reso indistruttibile dal  “ballardismo”, che continuerà a non essere spettacolare, uno stato d’animo più che una filosofia di gioco, consapevolezza dei propri limiti e fatica.

In fondo se si dovessero ripetere queste frasi e argomentazioni a Ballardini, lui risponderebbe semplicemente: un allenatore si deve vedere proprio da questo migliorare il rendimento dei suoi giocatori fino a farli diventare/sembrare forti, farebbe i complimenti a tutti quelli che lo hanno aiutato sul campo come Pilati, Barbero, i medici e i fisioterapisti, che hanno contribuito a garantire un altro anno di Serie A per il Vecchio Balordo.

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