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Italia e Vivai

L’Italia non è andata ai mondiali e molti processi sono andati ai vivai. Vivai che dirigenti, allenatori curano, eccetto le solite note squadre in testa alla classifica di serie A, con tanti sacrifici e pochi spiccioli. La Nazionale di Ventura uscita dai mondiali ha fatto vedere tanti talenti incompiuti con la maglia azzurra e quasi fenomeni nei club. Finita la nidiata dei Totti, Del Piero e compagnia (poca) sono apparse delle potenzialità che hanno dovuto faticare nei club con le loro posizioni in campo occupate da Top esteri. Elementi di classe come El Shaarawy, Insigne, Bernadeschi, Berardi fanno fatica a consacrarsi in nazionale: giocano bene nelle squadre di prima fascia della classifica e nessuno si è mai chiesto il perché. Perché una volta che non hanno più a fianco i giocatori bravi di altra parte d’Europa e mondo le aspettative non vengono mantenute.

Marco Verratti festeggia con Edinson Cavani e Neymar Jr nel 4-1 del Paris Saint-Germain sul Nantes allenato da Claudio Ranieri (Immagine tratta da Internet)

Verratti top in Francia e in Champions flop in nazionale. Sono queste oscillazioni tra rendimento in campionato, coppe e nazionali che dividono un ottimo calciatore da un fuoriclasse per caratteristiche pronto a fare la differenza. Non è colpa dei calciatori e neanche degli allenatori. E’ un limite strutturale del calcio italiano attuale che non è pronto ad assecondare lo sviluppo dei migliori presunti fuoriclasse nati nello stivale. Il grave errore è delle società. Se tu hai in rosa, un portiere, un difensore o un altro presunto fuoriclasse da valorizzare perché ingaggi uno dall’estero che giochi al suo posto? Per il risultato.L’unico momento in cui qualche presidente mal consigliato da taluni procuratori non pensa alle plusvalenze.

I vecchi soloni dei settori giovanili pensano sempre alla stessa maniera come nel vecchio secolo: “sacrifici continui per diventare campioni”, “si accontentano della pubblicità e della fama che arriva alle prime apparizioni”, “la gloria li fa smettere di crescere”, “severità e libertà”.Sulla libertà in campo pienamente d’accordo sugli altri punti no. Libertà di fare un dribbling, un lancio, negato parecchie volte perché troppo incastrato nella tattica già dai pulcini sempre nel nome e segno del risultato.L’impressione che i giovani talenti italiani siano trattati da “bamboccioni”. Gli allenatori del campionato italiano hanno grande cautela nell’utilizzarli in gare ufficiali di campionato. L’esperienza è sempre al primo posto per i tecnici di serie A anche se dopo prendi e sbagli gol da scuola calcio grazie alla carta d’identità avanzata. Bamboccioni solamente in Italia i giovani calciatori perché fuori dallo stivale giocano in tutte le serie A di tutte le nazioni.In Italia si fanno gli acquisti in prospettiva. L’errore dei club che vanno per la maggior di pensare di tenerli in panchina non scoprendo se sono trascinatori e decisivi come nelle squadre di seconda e terza fascia. Non è giusto. Perché acquistarlo e farlo entrare in un contesto diverso da quello di prima senza dargli la possibilità di crescere non in panchina, tribuna ma su un prato verde?

https://twitter.com/Brahim/status/933096364946309120

Agnelli, cinesi, americani: avete i soldi, comprate i presunti nuovi campioni ma fateli maturare dove giocano con continuità. Non si può parlare di giovani talenti se non si fanno giocare. Non si può parlare male dei vivai se il prodotto che ne esce al massimo fa il ritiro estivo con la prima squadra.Non si può gridare al miracolo quando si vede giocare il Manchester city e vedi in campo un trio d’attacco composto da Sterling (22 anni), Gabriel Jesus (20), Sanè (21).E’ il momento di cambiare il calcio? Come? Limitare i calciatori di passaporto straniero in campo nei settori giovanili. Perché non fermare il calciomercato estero per qualche anno e utilizzarlo solamente per i calciatori nati in Italia anche da genitori con passaporto estero. Quello che succede in tutte le altre nazioni dove i colored nelle nazionali come quelle del nord sono più dei bianchi .Utopia perché il calcio non solo italiano è truccato da doping non farmacologico ma da quello dei contratti e bilanci chiamati da tutti: plusvalenze. Plusvalenze, un fenomeno complessivo che condizionano il corretto funzionamento delle regole di mercato, che in qualche modo impediscono il raffreddamento dei costi che intralciano la crescita dei giovani e di conseguenza dei vivai italiani.

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