La Champions League non ha ancora emesso verdetti definitivi per gli ottavi di finale. Forse già questa sarebbe una notizia visto l’andamento delle ultime stagioni. Quest’anno almeno un passo falso l’hanno fatto tutte, proprio nell’anno in cui il denaro da redistribuire è aumentato all’incirca del 40%. Ed ecco che così, a 180′ dalla fine della fase a gironi, di “matematicamente qualificata” non c’è ancora nessuna squadra.

Le italiane, salvo inceppamenti, hanno le rispettive strade spianate verso la qualificazione agli ottavi di Champions League. Accedervi le premierebbe con 9 milioni e mezzo a testa, ma si sbaglierebbe a dire che non hanno ancora guadagnato nulla. Hanno guadagnato infatti con la sola presenza ai gironi ben 15 milioni a testa. In più, contando pareggi e vittorie ottenuti sino a questo momento nella maggiore competizione europea, arrivano a sommare quasi 28 milioni senza contare gli incassi ai botteghini che deriveranno dalle tre gare casalinghe delle formazioni italiane (per adesso il dato si attesta complessivamente sui 19,3 milioni di euro, ndr). Una vera miniera d’oro, ancora non colma mancando due giornate da disputare, che sommerebbe a queste cifre i 38 milioni che incasserebbero complessivamente le quattro italiane se accedessero alla fase successiva. Perché i premi legati al percorso intrapreso nella competizione varranno ben di più del cosiddetto market pool, la piscina d’oro dove finiscono tutti i denari prodotti dai diritti televisivi. Un luogo alla Paperon De’ Paperoni, che prevede una ripartizione uguale per ciascuna delle squadre partecipanti.

Ma l’attenzione è focalizzata soprattutto sull’andare ad accaparrarsene altri di guadagni. Quelli a scalare, quelli che premiano la storia e la permanenza nella competizione stessa. Vero che nero su bianco non c’è ancora nulla in termini di qualificazioni, ma ci sono le buone sensazioni derivanti dalle prestazione di Napoli, Roma e Inter (e pure da quella di una Juventus beffata solamente nel finale). Per questo fra tre settimane potrebbero esserci quattro italiane fra le migliori sedici d’Europa: un poker che mancherebbe dalla Champions League 2002/2003, quando però il format della competizione prevedeva una prima fase a gironi da 32 squadre e una seconda fase (sempre a gironi) da 16.

Crescono insomma i guadagni italiani, specialmente in prospettiva. Non crescono però i giovani di casa nostra. Qualche allenatore ci prova, come Di Francesco che getta nella mischia Zaniolo a Mosca e per poco non lo vede segnare la sua prima rete in giallorosso, tuttavia non basta a fare della Champions League una palestra per i futuri talenti. Un dato preoccupante diffuso dal CIES nelle ultime ore ci colloca – non a caso – all’ultimo posto, come Serie A, per calciatori cresciuti nei vivai ad aver disputato almeno tre stagioni (fra 15 e 21 anni) nel club d’appartenenza. Il dato è strettamente legato al campionato italiano, ma non può che confermarsi – se non diminuire ancora – in chiave Champions, dove ogni azzardo è punito. L’Italia si ritrova ultima con una percentuale del 7,4%, in calo di oltre un punto e mezzo rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Un calo generalizzato, quello europeo, di cui l’Italia si fa malauguratamente portabandiera.

A completare il quadro di un calcio italiano che, alla ribalta dopo tanto tempo nei risultati sportivi internazionali, non sembra appendere nessun cartello “work in progress”, ci sono le presenze italiane nell’ultimo turno di Champions League. Sedici italiani su 448 giocatori schierati, considerati anche i tre subentranti di ciascuna delle sedici partite giocate. Appena il 3,5 per cento. Troppo poco per accontentarsi solamente degli introiti, specie se questi ultimi non vengono reinvestiti nel progresso dell’Italia calcistica.


Champions League, quanto mi costi!